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Le esportazioni di vino brindisino nell’Ottocento

Note sparse a cura di Giacomo Carito

Un report consolare britannico del 1878 fa il punto sulle esportazioni da Brindisi: “Vino. Una pioggia insolitamente intensa durante l’autunno ha fatto sì che il raccolto di vino del 1878 fosse di qualità inferiore e in quantità inferiore rispetto all’anno precedente, che, sebbene di buona qualità, non rappresentava che una resa media. Viene ampiamente consumato nel distretto, poiché il suo prezzo, circa 3 quarti, lo rende alla portata anche del lavoratore più povero. Sebbene il vino di questo distretto sia grezzo e grezzo, molti dei vini italiani sono di eccellente qualità e sapore e sarebbero senza dubbio apprezzati in Inghilterra, ma la scala dei dazi alcolici impedisce loro di competere con quelli francesi sul mercato inglese. La quantità esportata via mare nel 1878 era considerevolmente inferiore rispetto all’anno precedente; solo 33.000 chili sono andati in Francia nel 1878, rispetto agli oltre 800.000 chili del 1877. Olio. Il breve raccolto di vino è stato più che compensato da un’abbondante produzione di olive, e la quantità di olio prodotta è stata così elevata che ne è derivato un considerevole calo dei prezzi. Poiché solo una piccola quantità arriva sul mercato già a fine dicembre, la resa annuale non può essere calcolata in base alla quantità esportata nel 1878. Austria, Egitto e Turchia sono i paesi verso i quali sono state inviate le maggiori quantità. La Russia, acquirente di oltre 1.000.000 di chili nel 1877, ne ha acquistati solo 1.600 chili nel 1878. Il raccolto di fichi ha raggiunto pienamente una resa media. L’esportazione verso l’Austria è in aumento ogni anno e, poiché si tratta di un commercio relativamente nuovo, potrebbe essere interessante spiegarlo. Dei 700.000 chili. di fichi secchi esportati in Austria nel 1878, la destinazione finale di una grande porzione era la caffettiera. Questi fichi vengono sottoposti a un processo di tostatura prima di essere macinati e preparati per la vendita come surrogato o per essere mescolati al caffè; e per quest’ultimo scopo si dice che la preparazione sia in ogni modo preferibile alla cicoria o a qualsiasi altra sostanza con cui il caffè viene mescolato o adulterato”.1

Fasi della vendemmia (foto coll. De Lorenzo-Mondatore)
Fasi della vendemmia (foto coll. De Lorenzo-Mondatore)

La vitivinicultura fu alla base del grande sviluppo economico e demografico di Brindisi nella seconda metà dell’800. Un report del console britannico in Brindisi informa: “Il raccolto di vino di questo distretto consolare nel 1879 fu così eccezionalmente abbondante che le botti, le casse e altri contenitori a disposizione non erano sufficienti a contenerlo e fu necessario portarne da lontano. Poiché il vino non arriva sul mercato prima della fine dell’anno, l’esportazione del raccolto del 1879 apparirà come parte delle esportazioni del 1880. La quantità spedita durante gennaio e febbraio è del tutto senza precedenti. Gran parte di essa viene inviata in Francia, dove viene mescolata con vini leggeri o di scarsa qualità, per i quali è perfettamente adatta grazie al suo corpo, alla sua forza e alla ricchezza di colore; e, così miscelata, non ci sono dubbi che una grande parte alla fine finisca sul mercato inglese, dove viene venduta come il vero prodotto delle vigne francesi. Non c’è dubbio che una grande parte del vino prodotto nel Sud Italia verrebbe spedita al mercato inglese direttamente nel suo stato naturale e non adulterato, se non fosse per il sistema attuale del dazio sul vino che viene calcolato in base al grado di alcolicità; e la differenza marcata di 18 penny per gallone sul vino sotto i 26° e 2 scellini e 6 penny per gallone sul vino oltre quel limite costituisce un’estrema difficoltà alla spedizione di questi vini in Gran Bretagna. Il vino di questa zona è un vino naturale salutare, e se rientrasse nel limite del minore dazio potrebbe essere venduto in Inghilterra a un prezzo inferiore rispetto a quelli praticati per i poveri vini leggeri di Bordeaux, o la roba nociva fabbricata ad Amburgo e venduta come claret francese. Il prezzo qui è da 2 a 3 penny per litro, circa 18 penny per gallone; aggiungervi 1 scellino per gallone di dazio e dire 18 penny per gallone per trasporto, spese e profitto per l’importatore, e otterresti sul mercato inglese un vino sano e non adulterato che potrebbe essere venduto, escluse le spese per la bottiglia, a 6 penny per bottiglia da litri”.

Vendemmia manuale (foto Az. Agricola Mondatore)
Vendemmia manuale (foto Az. Agricola Mondatore)

Il 1886 notevole appare, pur fra luci e ombre, il volume d’affari indotto in Brindisi dal comparto vitivinicolo. Fra i maggiori esportato è la ditta “Gussmann e C.” di Brindisi che nel deposito italiano di vini in Monaco aveva nel luglio collocato kg. 10.938 appunto di vino. Le varie ditte brindisine avevano altresì nel deposito franco di Lucerna notevoli quantità di vino che nel novembre, per i vendite dirette su campioni esistenti nel deposito federale, ebbero collocazione in Alsazia per Kg. 24.000, Svizzera per kg. 24.000, Lorena per kg. 12.000 e Francia per kg. 14.000.
In agosto “nel Brindisino e Leccese si è fatto qualche affare di uva, di poca entità però, sulle lire 12-13 (Euro 60,94-66,01)- il quintale”. L’8 settembre si annotava: “Ciò nonostante a Brindisi, i diversi negozianti per aver la primera sulle piazze francesi, si fanno concorrenza e l’uva si paga a lire 15-16-17 (da Euro 76,17 a Euro 86,33) il quintale”. Il 23 settembre “Gli affari nelle uve sono già per la maggior parte terminati; gli ultimi prezzi sono 19 e 20 lire (da Euro 96,48 a Euro 101,56) al quintale le uve, e da 28 a 31 lire (da Euro 142,19 a Euro 157,42) l’ettolitro i mosti. La piazza è allarmatissima”. L’allarme derivava dai bassi prezzi dei vini prodotti in Grecia e Turchia. In ottobre “il commercio delle uve si fece quest’anno in Puglia in misura più limitata che negli altri anni. Nella provincia di Lecce e specialmente a Brindisi … alcuni stabilimenti ebbero campo di fare importanti acquisti d’uva dalle 15 alle 20 lire (da Euro 76,17 a Euro 101,56) il quintale, in media a lire 17 (Euro 86,33) circa. In quanto ai vini-mosti dopo i primi acquisti di negozianti dell’Alta Italia che dovevano comprare ad ogni costo per tagliare e rendere smerciabili gli ultimi residui dei vini vecchi scadenti, si spiegò una assoluta astensione d’affari non volendo i negozianti piegarsi ai prezzi richiesti dai proprietari e considerati troppo elevati”. Il 22 ottobre 1886 la piazza di Brindisi “è calma quanto mai: qualche piccolo affare si conclude per l’esportazione a Venezia sulle basi di lire 31-33 (Da Euro 157,42 a Euro 167,58) l’ettolitro”.

Donne dedite alla vendemmia (foto Az. Agricola Mondatore)
Donne dedite alla vendemmia (foto Az. Agricola Mondatore)

Il 1889 grande era l’aspettativa dei vitivinicultori brindisini verso i mercati americani. Le speranze di un inoltro a basso costo della produzione locale si fondavano sull’attivazione di una linea di navigazione che da Venezia, con scalo A Brindisi, giungesse infine in Argentina. La linea fu attivata ma le tariffe risultarono molto elevate. In un intervento alla Camera, il 1889, il deputato Balsamo rilevò: “E a questo proposito debbo far notare all’onorevole ministro, che le sue intenzioni probabilmente sono state frustrate e deluse, perché, mentre egli vuole aprire un facile sbocco ai prodotti della penisola Salentina (e di questo gli sono gratissimi tutti gli abitanti), le tariffe stabilite dalla società di navigazione sono così elevate, che alcune società lombarde, a mo’ d’esempio Crosti e Bassi, residenti a Brindisi sono state costrette a mandare i loro fusti di vino per ferrovia in Genova, farli trasportare al porto sopra un piroscafo genovese, e mandarli in America. Si son così contentati quei negozianti di sostenere le spese di trasporto dalla stazione di Brindisi a Genova e ci hanno trovato utilità, perché a Brindisi la società di navigazione pretende 20 lire per ogni bordelese, invece a Genova se ne esigono 13. Ora le spese di trasporto da Brindisi a Genova non ascendono che a 3 o 4 lire; quindi in conclusione vi è un margine di circa 3 lire, e sopra ogni bordelese 3 lire già presentano un vantaggio notevole pel trafficante. Per la qual cosa mi rivolgo al ministro, affinché voglia colla sua grande sollecitudine, che ha per i nostri interessi, persuadere (perché credo non la possa obbligare) la Società di navigazione, al ribasso della tariffa, in guisa da rendere accessibili ai suoi piroscafi i prodotti delle nostre terre”.

Vendemmia manuale (foto Az. Agricola Mondatore)
Vendemmia manuale (foto Az. Agricola Mondatore)

Un report del console inglese in Brindisi, Spiros Giorgio Cocotò, informa sul movimento portuali in Brindisi relativo al 1890 fornendo altresì riferimenti circa l’export di vino diretto in Francia, in forte calo o quasi azzerato in conseguenza della cosiddetta guerra del vino che oppose Francia e Italia dopo la fine del trattato di commercio del 1881. Riferisce Cocotò: “L’incremento delle operazioni marittime di questo porto, menzionato nel mio rapporto del 1888 e nuovamente in quello del 1889, si è mantenuto costante anche nel 1890. Il calo di 68.696 tonnellate nel tonnellaggio totale registrato nel 1890, rispetto al 1889, è principalmente attribuibile alla sospensione dei piroscafi postali greci e alle modifiche nei servizi di cabotaggio italiani, che sono stati effettuati da un numero inferiore di piroscafi rispetto al passato, con il carico trasbordato a Brindisi anziché essere trasportato a destinazione con lo stesso mezzo. Il numero totale di navi è tuttavia aumentato di 105 unità nel 1890 rispetto al 1889; l’aumento riguarda il numero di piccole imbarcazioni di cabotaggio che frequentano il porto. La cessazione dell’esportazione di vino verso i mercati francesi, annunciata nel mio rapporto per il 1888, è continuata, con il risultato che dei 62 piroscafi britannici che arrivarono a Brindisi con carichi completi durante il 1890, nessuno ottenne un carico qui; e, ad eccezione di sei piroscafi che partirono in zavorra per caricare in altri porti italiani, tutti dovettero procedere verso il Mar Nero o verso altri distretti di carico per assicurarsi un carico di ritorno”.

Aratura di un vigneto con il cavallo e aratro
Aratura di un vigneto con il cavallo e aratro

Produzione e commercio di vino sono senza dubbio alla base dello sviluppo economico di Brindisi negli ultimi decenni del XIX secolo. Non mancavano ovviamente contese giudiziarie di cui è notevole esempio la lite insorte il 1892: “È pacifico fra le parti, che la Ditta Torre Spinelli da Barletta addi 9 settembre 1892 vendesse a Vettore Poli di Venezia 25 botti di vino rosso, nuovo, filtrato dolce di Brindisi al prezzo di lire 16.50 al quintale franco e pesato a Venezia, fusti del compratore da consegnarsi in Brindisi spedizione pronta, pagamento per cassa all’arrivo ; L’intermediario Giuseppe Ancona nel 1º ottobre trasmetteva al Poli la relativa fattura della merce caricata in Brindisi sul vapore Melo che salpando nella notte del 25 settembre arrivava a Venezia nel 28 detto; Ma il Poli con lettera del 2 ottobre restituiva all’Ancona i documenti ricevuti riportandosi alla protesta del 24 settembre, con cui dichiarava sciogliersi dal contratto per non avere prima ricevuto il vino giusta la clausola pronta consegna”. Ne seguirà una lunga controversia giudiziaria; il Poli fu soccombente in primo grado ma vincente nel secondo e infine in Cassazione con sentenza del 22 febbraio 1894.

Botti di vino sul lungomare del porto, pronti per l'imbarco sui piroscafi
Botti di vino sul lungomare del porto, pronti per l'imbarco sui piroscafi

Verso la fine del XIX secolo forti tensioni ribassiste si verificarono ai danni della produzione vitivinicola brindisina. La guerra commerciale con la Francia aveva escluso i vini meridionali da quel mercato e di ciò cercarono d’approfittare i produttori dell’Italia settentrionale. I produttori brindisini ebbero tuttavia capacità di fare cartello e tenere i prezzi alti con disappunto ovvio dei compratori. Appare evidente da una cronaca giornalistica coeva: “Ci scrivono da Brindisi che colà le pretese dei produttori per il nuovo raccolto crescono ogni giorno. In alcune località vi sono molti contadini enfiteuti viticoltori senza cantina, veri semplici produttori di uva; il bisogno induce a vendere l’uva a 5 o 6 lire al quintale: dei signori hanno distribuito loro del denaro affinché resistano; difatti quei contadini ora rifiutano già le 8 lire, e nulla di strano che domani rifiutino anche le 10. Dove si andrà? Ciò che temevo si verifica: il prezzo cresciuto. Forse la peronospora nell’Alta Italia indurrà i compratori ad accettare i prezzi alti. Ma è un rischio. Noi crediamo che in quelle provincie facciano male i loro calcoli, e che colle pretese esagerate allontaneranno i compratori; i prezzi moderati potrebbero favorire gli affari e stabilire salde relazioni; se i prezzi saranno spinti a misura che si intavoleranno affari, si rovinerà l’esito della campagna che pare bene iniziata per inviare uve nell’Alta Italia. Certamente poi colà si ingannano sullo stato attuale dei vigneti nell’Alta Italia. Vi sono località danneggiate dalla peronospora, ma ve ne sono molte altre in cui o si è combattuta vittoriosamente la peronospora o l’invasione è stata limitata: sicché si inganna chi crede che il raccolto. sia ovunque rovinato nell’Alta Italia: se non capiteranno guai, in più luoghi si faranno ottimi raccolti, ne diamo la prova in questo bollettino stesso. Epperciò faranno bene colà a modificare i loro apprezzamenti ed i loro proponimenti e faranno così l’interesse proprio”. I brindisini tennero tuttavia il punto e imposero i loro prezzi.

Romolo Botrugno, vitivinicoltore brindisino del secondo dopoguerra
Romolo Botrugno, vitivinicoltore brindisino del secondo dopoguerra

Molto si discuteva, sul finire del XIX secolo, sul miglioramento della qualità dei nostri vini. Brindisi, a da questo punto di vista, era all’avanguardia rispetto al resto della regione: “Nel Brindisino si constata un reale e sensibile progresso nella specializzazione dei vitigni; il Negroamaro, che può dirsi il re dei vitigni della provincia di Lecce, la Malvasia nera, il Susomaniello, sono i tre vitigni quasi esclusivamente coltivati, che danno rinomanza ai vini del territorio di Brindisi”. Brindisi era fra le poche realtà regionali a produrre vino da pasto e non solo da taglio: “L’industria dei vini rossi da pasto è quasi sconosciuta nelle Puglie; vi sono molti paesi che potrebbero dare naturalmente e con poca fatica buoni vini da pasto; ma in questi paesi, sia perché non si conoscono i buoni precetti di enotecnica, sia perché vi è la smania di produrre tipi differenti, non si è ancora riesciti a dare un serio e vero indirizzo a questa novella industria. Eppure dovremmo sapere, che se vogliamo conquistare stabilmente un posto onorevole nel commercio vinicolo mondiale, dobbiamo fabbricare, per quanto è possibile, grandi masse di buoni vini da diretto consumo”.

Nel 1905 vi era tensione fra i produttori vinicoli a fronte del dilagare della fillossera. Non contribuiva a migliorare le cose l’elevato costo dei trasporti del vino su rotaia. Le spese ferroviarie “per trasportare un ettolitro di vino delle Puglie nell’Alta Italia a mezzo dei serbatoi di ferro sono le seguenti: da Brindisi a Milano £ 3.65 (1 Lit. = Euro 5,12), da Brindisi a Genova £ 3,92”. Per altri comparti agroindustriali andava meglio; Francesco Mastrandrea ebbe numerosi riconoscimenti per la sua capacità di esportazione di frutta secche e preparate.

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