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Le Torri Costieri brindisine

Le antiche sentinelle a difesa del territorio

Le torri costiere si ergono lungo tutto il litorale e, avvolte nel fascino delle loro antiche murature consumate dal vento e dalla salsedine, testimoniano la lunga difesa del Salento alle ripetute incursioni nemiche del passato, provenienti dal mare.

Brindisi. Torre Testa
Brindisi. Torre Testa

La maggior parte delle strutture ancora oggi presenti risalgono al XV e XVI secolo. Erano i primi baluardi di un sistema difensivo e di avvistamento costiero fatto erigere in posizioni strategiche per far fronte agli attacchi dei Turchi Ottomani, dei pirati e dei corsari che si erano stanziati nella vicina Albania e che frequentemente sbarcavano sul litorale facendo razzia nelle vicine masserie e, spesso, schiavizzando gli abitanti.

Brindisi. Torre Punta Penna
Brindisi. Torre Punta Penna

Le torri assicuravano una rete di sorveglianza visiva lungo l’intera costa adriatica e ionica. Comunicavano tra loro, anche con quelle nell’entroterra, mediante segnali di fumo durante il giorno e con fuochi nelle ore notturne, e successivamente con campane e colpi di armi da fuoco, così da avvertire tempestivamente gli abitanti delle masserie fortificate e dei borghi di prepararsi a respingere l’incursione dell’arrivo di navi ostili. Ciascuna torre svolgeva principalmente una funzione di difesa e di osservazione. Avevano anche lo scopo di lanciare un chiaro segnale finalizzato a dissuadere i turchi ormai troppo vicini alle coste.

Alla base delle torri vi era di solito una cisterna nella quale confluivano le acque piovane raccolte sul terrazzo superiore, convogliate con un sistema di canalizzazione. Al piano intermedio vi era il vano alloggio dotato di camino. Questa stanza era raggiungibile attraverso una scala in legno retraibile. Sul terrazzo, e in corrispondenza delle aperture sottostanti, vi erano le caditoie. A presidiare le torri vi era un “Capo torriere” e tre guardiani.

Per il controllo della costa brindisina furono costruite a una distanza di 7-9 km l’una dall’altra, da nord a sud si ergevano in ordine Torre Guaceto, Torre Testa, Torre Cavallo, Torre Mattarelle.

Disposizione delle torri costiere sul litorale brindisino
Disposizione delle torri costiere sul litorale brindisino

Ad eccezione di Torre Cavallo, sono tutte tipologicamente conformi al modello voluto dalla Regia Corte nel 1563: a pianta quadrata e forma troncopiramidali, scarpate e munite di caditoie a controscarpa ed archibugiere, ad unico vano voltato all’interno e fornite di parapetto di coronamento. Ma non sempre furono efficaci nella loro funzione.
Oggi sono in un pessimo stato di conservazione.

Brindisi. Torre Guaceto, ph. WWF
Brindisi. Torre Guaceto, ph. WWF

Torre Guaceto
La denominazione Guaceto deriva dall’arabo “Gawsit” (acqua dolce), infatti, la torre sorge nei pressi di un fiumiciattolo di piccole dimensioni, di acqua sorgiva, tuttora esistente, che attraversa l’intera zona umida fino ad inoltrarsi nell’entroterra. La veridicità dell’origine araba del nome è confermata anche dal fatto che una delle prime testimonianze topografiche della zona risalgono ad una mappa araba del XIII secolo, dove la zona viene indicata come “Gaucito”.
Attorno alla metà del XIV sec la Regina Giovanna I d’Angiò concesse l’utilizzazione dello scalo ai mercanti di Mesagne. Sempre in quel periodo, il Principe di Taranto Roberto d’Angiò fece in modo che del porto di Guaceto, che pare rivestiva un ruolo importante nel commercio dell’epoca, potesse usufruirne la sola città di Mesagne. I mesagnesi, erano gli unici ad avere il diritto di riscuotere denaro a titolo di tassa da chi esportava o importava merce utilizzando quel porto come scalo. Ai brindisini ed ai carovignesi era perfino preclusa la possibilità di poter smerciare olio, vino ed altri prodotti attraverso lo scalo di Porto Guaceto.
Nella seconda metà del 1400 il Duca di Ferrara decise di attaccare per mare l’alto Salento sbarcando a Torre Guaceto, da qui si diresse verso Carovigno, saccheggiandola, poi tentò di attaccare anche Brindisi, ma fu respinto. Pochissimi anni dopo una flotta di Veneziani, si appostò qui, le truppe si spinsero fin sotto le mura di Brindisi, ma furono sconfitte dalle locali milizie capitanate da Pompeo Azzolina ed inseguite sino alla loro base di Guaceto.
Già nel 1531 il Marchese d’Alarçon volle che la rada, fosse guardata da una torre che fu così costruita, per evitare un suo utilizzo da parte dei Turchi.
Nel 1563, le disposizioni vicereali consistettero in un sostanziale riadattamento delle strutture, con lavori affidati al maestro muratore brindisino, Giovanni Lombardo.

Brindisi. Torre Guaceto, ph. WWF sez. Brindisi
Brindisi. Torre Guaceto, ph. WWF sez. Brindisi

La torre ha pianta troncopiramidale con base 16 × 16 metri all’esterno e 9,50 × 9,50 metri all’interno; le pareti sono a scarpa all’esterno e verticali all’interno. Era Munita di archibugiere e di larghe caditoie, tre sul prospetto mare, due sulle pareti laterali ed una sul prospetto interno.
Comunica visivamente con Torre Santa Sabina a Nord e con Torre Testa a Sud ma anche con la vicinissima Torre Regina Giovanna.
Frequentato da Veneziani e poi dagli Spagnoli, lo scalo ritrovò un’effimera ripresa dei traffici mercantili nel XVIII secolo.
I motivi per cui questa torre fa parte del territorio di Carovigno e non di Mesagne come lo era nel Medioevo, risale ad una serie di controversie giudiziarie, fra Brindisi, Carovigno e San Vito degli Schiavoni (oggi San Vito dei Normanni). Infatti agli inizi del 1700 queste tre città rivendicarono il possesso del porto ai danni della dominatrice Mesagne. La controversia dibattuta di fronte alla Regia Curia vide vincitori i Carovignesi, i quali riuscirono a dimostrare, tramite antichi documenti, che la costa carovignese si estendeva da Lamaforca (a nord di Santa Sabina) fino a Guaceto.

Brindisi. Torre Guaceto, ph. Tasco
Brindisi. Torre Guaceto, ph. Tasco

Il quadro mutò radicalmente e definitivamente nel XIX secolo, anche in concomitanza dell’abbandono della Via Appia, per la nuova via consolare borbonica che collegava Brindisi a Monopoli, attraverso Carovigno, Ostuni e Fasano. Fu allora che Guaceto divenne un porto deserto, piccolo e mal sicuro, adatto solo ai contrabbandieri.
Alla fine del 1800, fu poi Ernesto Dentice di Frasso, proprietario della zona, a modificare definitivamente la località con la costruzione di un grande canale di bonifica e con la messa a coltura di circa cento ettari di macchia mediterranea e trenta ettari di palude, con l’asportazione di sabbia che serviva al costruendo porto di Brindisi: l’area umida veniva quindi definita nei limiti attuali.
Nel XX secolo è stato edificato uno stabile addossato alle mura che ha un po’ alterato l’intera struttura. La torre nel 2008 è stata restaurata.

Brindisi. Torre Testa
Brindisi. Torre Testa

Torre Testa
Chiamata anticamente Torre Testa di Gallico e, ancora oggi in dialetto brindisino “Jaddico” (Gallico), dal toponimo longobardo wald, ossia foresta. Il promontorio per la sua posizione dominante, avanzata sul mare con una netta sporgenza, usufruendo anche dell’apporto di acque del fiume, oggi Canale Giancola, fu un luogo privilegiato per la presenza dell’uomo sin dal Paleolitico. Il sito fu frequentato anche dai Romani, grazie proprio alla presenza del fiumiciattolo che forniva acqua e serviva anche come via di comunicazione: sono stati infatti individuati insediamenti artigianali con fornaci per la produzione di anfore destinate al commercio ed all’esportazione dell’olio e del vino brindisini, datati I sec a.C. – I sec d.C. (scheda)

Brindisi. Torre Testa in un'immagine d'epoca di F. Briano - coll. BAD
Brindisi. Torre Testa in un’immagine d’epoca di F. Briano – coll. BAD

Data la sua posizione strategica, il promontorio si prestava bene alla costruzione di una torre a pianta quadrata, di forma troncopiramidale, munita di tre caditoie per lato. I lavori, si prolungarono per 15 anni, iniziati nel 1567 ed affidati al maestro muratore brindisino Giovanni Maria Calizzi e completati, nel 1582, dai leccesi Marco Guarino e Cesare Schero.
Comunicava visivamente con Torre Guaceto a nord e Torre Penna a sud.

Brindisi. Torre Testa in un'immagine d'epoca di F. Briano - coll. BAD
Brindisi. Torre Testa in un’immagine d’epoca di F. Briano – coll. BAD

Al mantenimento della torre e dei vari custodi oltre all’Università di Brindisi concorreva anche il borgo di Latiano, almeno sino all’Unità d’Italia. Durante l’epidemia di colera, scoppiato nella metà dell’800, il piccolo comune costruì uno stabile attaccato alla torre per la guardia sanitaria.
Attualmente è in uno stato di conservazione pessimo, è visibile l’interno voltato a crociera utilizzato per la postazione della guardiania ed all’esterno le imposte delle caditoie. Le pareti sono in tufo carparo fortemente corrose dal mare ma anche asportate dagli uomini.

Brindisi. Torre di Punta Penna
Brindisi. Torre di Punta Penna

Torre Punta Penne
La torre sorge in località Punta Penne, immersa in un paesaggio costiero di tipo roccioso con piccole insenature sabbiose. Fu realizzata dopo le ordinanze di Pietro de Toledo. Nel 1568, con l’editto vicereale di Pedro Afan de Ribera, venne ristrutturata, i lavori furono affidati al maestro muratore brindisino Giovanni Parise.

Torre Penna - cartolina degli inizi nel 1901
Torre Penna – cartolina degli inizi nel 1901

In origine era una torre tipica del Regno: piccola, a pianta quadrata a forma troncopiramidale, munita di tre caditoie e un cordolo di coronamento.
Al suo interno vi erano due locali per piano; la scala in muratura presente ancor’oggi è un elemento estraneo all’architettura originale: infatti l’accesso, sempre sopraelevato per motivi di sicurezza, avveniva tramite scale di legno o di corda.
Comunicava a vista con Torre Testa a nord e con il sistema difensivo di Brindisi a sud. Le spese di riparazione in muratura e di falegnameria rimanevano accollate all’Università di Brindisi. Vicino a Torre Penna, nel 1676 sbarcarono due galere turche e saccheggiarono cinque delle limitrofe masserie spingendosi sino alla Madonna del Casale. Nello stesso anno, una galera turca, sbarcò nella zona compresa tra Torre Penna e Torre Testa, facendovi dodici schiavi dalle vicine masserie.

Torre Penna - BAD, Fototeca Briamo
Torre Penna – BAD, Fototeca Briamo

Nel corso del 1800 fu costruito nelle vicinanze un faro, non più presente. La torre fu riutilizzata dalla Guardia di Finanza negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale che intervenne rimuovendo buona parte dell’intera struttura.

Torre Cavallo
La torre non è più esistente. Sul Registro Angioino risulta che nel 1275 un tal Pasquale Facciroso, cittadino di Brindisi, morendo, lasciava con atto testamentario la cifra di 50 once d’oro perché nel luogo detto “scoglio del Cavallo” fosse costruita una Torre con Faro “onde i naviganti potessero evitare gli infortuni navigando in quei paraggi”.

Punta Cavallo. Si possono notare in basso i resti della vecchia torre, in alto postazione costiera risalente alla 1a Guerra Mondiale - ph. BAD, Fototeca Briamo
Punta Cavallo. Si possono notare in basso i resti della vecchia torre, in alto postazione costiera risalente alla 1a Guerra Mondiale – ph. BAD, Fototeca Briamo
Proprio qui nel 1250 il Re Luigi IX di Francia, futuro santo, insieme con due fratelli, aveva rischiato il naufragio. Un episodio rimasto avvolto nella leggenda e che ha generato la tradizione del Cavallo Parato il giorno del Corpus Domini.

Pasquale Camassa nella sua Guide to Brindisi (1897) ci dice che secondo la credenza popolare, sul punto della spiaggia dove il cavallo pose le zampe durante il trasporto dell’Eucaristia, erano rimaste delle fossette con la forma tipica dell’orma, da dove sgorgava acqua dolce. Da qui, l’abbreviazione popolare latina “caput valli”, capo di difesa, si trasformò in Lu Caballu e poi in Punta Cavallo. Sino a pochi anni fa nel mese di giungo, viene celebrata l’antichissima processione del Corpus Domini che ricorda quell’evento.

La spiaggia rocciosa, in basso i resti di Torre Cavallo - BAD, Fototeca Briamo
La spiaggia rocciosa, in basso i resti di Torre Cavallo – BAD, Fototeca Briamo

Il Facciroso aveva indicato come esecutori testamentari dell’opera due sacerdoti, Giovanni di S. Martino e Giovanni da Messina. Fu una scelta ben precisa, non volle infatti che le varie istituzioni pubbliche del tempo si interessassero dell’opera utile non solo ai naviganti, ma doveva essere a “divozione” per lo straordinario avvenimento ivi accaduto venticinque anni prima. La Torre-Faro fu dedicata alla SS. Eucarestia. Il fratello di S. Luigi, Carlo I d’Angiò, mostrò un fortissimo impegno “personale”: dalla lontana Napoli, non aveva altro pensiero se non quello della “sollecita e duratura” costruzione della Torre. Ma i due sacerdoti nominati dal Facciroso, dopo averla iniziata, indugiavano a portarla a compimento, probabilmente per carenza di fondi.

Sui resti della Torre Cavallo una postazione costiera della 1^ Guerra Mondiale, 1966  - BAD, Fototeca Briamo
Sui resti della Torre Cavallo una postazione costiera della 1^ Guerra Mondiale, 1966 – BAD, Fototeca Briamo

A quel punto il sovrano ordinò al Giustiziere di Terra d’Otranto che prendesse dai suddetti incaricati quel che era rimasto delle 50 once d’oro, e di proseguire i lavori a spese del Governo con una somma di almeno otto volte maggiore, secondo un disegno che lui stesso aveva fatto in occasione di un suo sopralluogo in Brindisi. Veniva incaricata alla sorveglianza dei lavori una delegazione di Cavalieri Templari e Teutonici che avevano importanti traffici ed una grossa sede nella città. La costruzione andava comunque a rilento cosicché il sovrano, stando a Brindisi nel 1276, stipulava il contratto definitivo di realizzazione con il maestro muratore Ruggero Domenico Bello.

sx: ricostruzione di Torre Cavallo, incisione di Giuseppe Maddalena da Aleph 12 - 1986. dx: rilievo Torre Cavallo XIX sec. - originale conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli
sx: ricostruzione di Torre Cavallo, incisione di Giuseppe Maddalena da Aleph 12 – 1986. dx: rilievo Torre Cavallo XIX sec. – originale conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli

La Torre doveva avere le seguenti caratteristiche costruttive: a pianta circolare, altezza 22 m circa, diametro 15 m: Divisa in due ambienti principali e delimitati da due volte. La prima, formava a piano terra il “cellarium” (dispensa, provvigioni), il locale era fornito di quattro feritoie strombate per il passaggio della luce del faro, “pro lumine faciendo”. La seconda volta, divideva la sommità, mentre lo spazio interno era ulteriormente suddiviso da un soppalco in legno. Ciascuno dei due ambienti, così ricavati, aveva quattro feritoie arciere e quattro finestre. L’apertura d’ingresso, praticata all’altezza del primo piano, guardava verso terra, ed era difesa da una caditoia e accessibile mediante una scala a pioli. Il coronamento era rappresentato da un parapetto merlato alto circa 1 m.

Punta Cavallo nel 2006 - ph. Giovanni Membola
Punta Cavallo nel 2006 – ph. Giovanni Membola

Come materiale da costruzione si fece uso “di buoni tufi di Guacete (Guaceto) con buona calce frammezzo”.
A sovrintendere alla buona esecuzione, il sovrano propose i brindisini Ruggero de Ripa e Nicola di Ugento, incaricati di completare l’opera con la maggior velocità possibile. Ordinò a Pierre d’Agincourt, protomaestro e provveditore delle opere della Regia Corte, che visitasse ed esaminasse personalmente sul posto i lavori in corso. Sta di fatto che per i forti venti, le mareggiate, errori nel progetto, materiali scadenti, la torre non ancora finita, crollò. Adiratissimo il sovrano ordinò una severa inchiesta e dispose che il già costruito fosse interamente abbattuto, e che si provvedesse immediatamente alla sua ricostruzione ex novo “nello stesso luogo, della stessa altezza e della stessa forma, ma fortissima e duratura”. Proprio al tempo della realizzazione, lo stesso Re faceva coniare dalla zecca di Brindisi alcune monete d’oro sulle quali egli si professa “servo di Cristo” e servo del “Sacro Corpo di Cristo”, probabilmente a commemorazione dell’evento accaduto a suo fratello Luigi. Ma solo nel 1301, sotto Carlo II d’Angiò, la Torre del Cavallo risultava terminata.

Punta Cavallo nel 2006 - ph. Giovanni Membola
Punta Cavallo nel 2006 – ph. Giovanni Membola

Sulla porta d’ingresso fu posta una lapide con la effigie della SS. Eucarestia, la Torre e le due Colonne simbolo della città.
Crollata la torre per vetustà e per le intemperie, la lapide era andata smarrita. Infatti nel 1567 il maestro muratore leccese Martino Cayzza fu incaricato della costruzione di una nuova torre, cilindrica a scarpata, sulle basi di quella angioina ormai semidistrutta. Comunicava visivamente a nord con il sistema di difensivo di Brindisi ed a sud con Torre Mattarelle.
L’antico stemma nella seconda metà del 1800 fu ritrovato dall’archeologo Giovanni Tarantini, nella sua relazione scrive: “Eppure questo interessante monumento, che si credeva distrutto, è tornato alla luce or sono circa due anni. […] Nel terreno denominato Caracci, lontano da Brindisi due miglia e mezzo, sulla via che dalla Città mena a Torre Cavallo, nello scavarsi le fosse per la piantagione di una vigna è stata trovata una lapide di pietra, detta calcarea. […] Avendola io veduta, è alquanto maltrattata dal tempo, l’ho riconosciuta per quella stessa di cui parlano gli storici brindisini, e che stava sulla porta della primitiva Torre Cavallo. E’ alta m 0.50 e larga m 0.40. vi è scolpito uno scudo, nel lato destro del quale è rappresentata una torre nel centro di cui si vede scolpito […] l’Ostensorio nel quale fu riposta l’Ostia consacrata, e col quale dall’Arcivescovo fu portata processionalmente in Brindisi. Nel lato sinistro della lapide si vede poi scolpito lo stemma della Città di Brindisi, cioè le due antiche Colonne le quali in quel tempo erano entrambe in piedi. […] Essendo questo monumento preziosissimo che interessa la storia della nostra Chiesa di Brindisi, l’ho depositata nella Biblioteca Pubblica della città”.

Lo stemma di Torre Cavallo - da G. Maddalena – F. P. Tarantino, 1986
Lo stemma di Torre Cavallo – da G. Maddalena – F. P. Tarantino, 1986

Anche Pasquale Camassa nella sua Guida di Brindisi del 1897) parla del bassorilievo lapideo. Giuseppe Roma nel suo libro, “200 pagine di Storia Brindisina nella Millenaria Tradizione del Cavallo Parato” (1969) riporta una vicenda personale, dice infatti: “che le aspettative del vecchio archeologo dovevano andare deluse circa la gelosa custodia del monumento: perché, avendone io chiesto all’attuale bibliotecario questi mi ha riferito una poco chiara storia di passaggi e di consegne (e relativi verbali) fra i diversi preposti che si sono succeduti negli ultimi anni di guerra e di dopo guerra. Conclusione: la lapide è sparita!”. In realtà grazie all’impegno ed agli studi di Giuseppe Maddalena e di Francesco Paolo Tarantino, nel volume “Delle insegne che ancora veggonsi nella città di Brindisi” (1989), l’antico e misterioso stemma fu per fortuna ritrovato in una abitazione privata del centro storico di Brindisi, e i proprietari, compresa l’importanza del blasone, si dichiararono disposti a donarlo alla cittadinanza anche se purtroppo l’operazione non ebbe seguito.
I due studiosi fanno notare come sulla raffigurazione della torre, di tipo cilindrico trimerlata, la particolarità è nella feritoia del tipo circolare-fessurato che fu dal Tarantini scambiata per un ostensorio a causa dei rilievi raggianti emergenti lateralmente alla feritoia stessa. Si tratta invece di una di quelle particolarissime feritoie delle cosiddette torri-faro, pro lumine faciendo, ossia di vedette costiere in cui venivano accesi fuochi, aventi la funzione di faro.

L’ultimo documento attestante l’esistenza della Torre è datato 1842, probabilmente la struttura era già fatiscente, fu in seguito completamente demolita. Durante la Prima Guerra Mondiale in quel promontorio fu costruita una batteria di artiglieria della Marina Militare. Ancora nel 1966, grazie alle foto realizzate da Federico Briamo, si notavano alcuni resti della muratura di base della torre, non più esistenti.

Torre Mattarelle
Per la forte erosione naturale della costa e il conseguente costante arretramento, della torre resta ben poco.

Torre Mattarelle - ph. Giovanni Membola 2007
Torre Mattarelle – ph. Giovanni Membola 2007

La torre era posta in posizione emergente e panoramica, tra Cerano e le Saline Regie di Punta della Contessa. La sua costruzione, fatta con pietra locale di tufo carparo, cominciò nel 1567, sotto la guida del maestro muratore brindisino Virgilio Pugliese e continuati nel 1569 da Giovanni Parise, impegnato anche su Torre Penna.
Le spese di riparazione in muratura e di falegnameria rimanevano accollate all’Università di Brindisi.

Torre Mattarelle nei primi anni '70
Torre Mattarelle nei primi anni ’70

Anch’essa era a pianta quadrata e a forma troncopiramidale, con pareti a scarpa all’esterno e verticali all’interno. Un tempo tre caditoie scandivano i quattro prospetti;
Comunicava visivamente con Torre Cavallo a nord e con Torre S. Gennaro a sud, di quest’ultima rimane un rudere sommerso in mare.

Torre Mattarelle - ph. Giovanni Membola 2007
Torre Mattarelle – ph. Giovanni Membola 2007

Riferimenti bibliografici

  • R. Caprara, Le torri di avvistamento anticorsare nel paesaggio costiero, in La Puglia ed il Mare a cura di D. Fonseca, Milano, 1988.
  • M. Cati, F. Pontrelli, Sentinelle di pietra: le torri costiere nel brindisino in Dal mare… verso il mare, Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Brindisi, Brindisi, 2005.
  • V. Faglia, Censimento delle torri costiere nella provincia di Terra d’Otranto, Roma, 1978.
  • G. Cosi, Torri Marittime di Terra d’Otranto, Galatina (LE), 1992.
  • G. Carito, Brindisi: Nuova Guida, Brindisi, 1993.
  • G. Carito – P. Bolognini, La Guida di Brindisi, Capone Editore, 1995.
  • AA. VV., Castelli torri ed opere fortificate di Puglia, a cura di R. De Vita, Bari 1974.
  • F. Ascoli, La Storia di Brindisi scritta da un marino, Rimini, 1886.
  • G. Roma, 200 pagine di Storia Brindisina nella Millenaria Tradizione del Cavallo Parato, Brindisi, 1969.
  • G. Maddalena – F. P. Tarantino, Torre Cavallo, in ALEPH, n. 9, Brindisi, dicembre 1986.
  • P. Camassa, Guide to Brindisi, Brindisi, 1897.
  • G. Maddalena – F. P. Tarantino, Delle insegne che ancora veggonsi nella città di Brindisi, Editrice Alfeo, 1989.
  • R. Alaggio, Brindisi medievale. Natura, santi e sovrani in una città di frontiera, Editoriale Scientifica, 2009.

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