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Storie, leggende e tradizioni di Natale

di Antonio Caputo

La festa del Natale fu introdotta tra il 243 e il 336 dell’era cristiana a Roma, da dove, poi, si diffuse anche in Oriente.
I dati storici sono alquanto approssimativi ed è forse anche in virtù di ciò che sul Natale sono fiorite le leggende e le storie più incredibili.
Natale, allora, è la festa cristiana per eccellenza ed ha la sua più remota origine nei riti che coincidevano col solstizio invernale del 21 dicembre, cioè con la fine dell’oscurità e l’iniziò della luce con l’allungarsi, sia pure in modo impercettibile, delle giornate. A tale festività pagana, che si rifà perlopiù alle usanze collegate col mondo agricolo, si è sovrapposta, con il tempo, la tradizione cattolica, che vede sempre dominante l’idea della luce simboleggiata dalla nascita di Gesù “Luce del Mondo”.

Scena del Presepe Vivente della Parrocchia di San Giustino de Jacobis a Brindisi
Scena del Presepe Vivente della Parrocchia di San Giustino de Jacobis a Brindisi

Nella nostra Terra, racconti a metà tra favola e devozione costituiscono ancora un ricco e palpitante patrimonio culturale. Storie indubbiamente fantasiose; si attribuisce, per esempio, a San Giuseppe, la “responsabilità” di aver condannato a restare per sempre “ciuccio” l’asinello, perché col suo ragliare disturbava il sonno del Bambino, adagiato nella mangiatoia. Ma non basta, perché secondo la tradizione, che ha davvero dell’inverosimile, Maria venne aiutata a partorire da Anastasia, una donna che, pur essendo priva di braccia, cercò di confortarla nei momenti del travaglio, per questa sua generosità fu miracolata (e non è insolito, nei nostri presepi, osservare, tra le varie statuine, una donna senza braccia).
Favole e superstizione si legano spesso in alcuni riti magici e propiziatori, ormai piuttosto in disuso. Leggende che, per la loro semplicità e la scarsa attendibilità, rischiano di essere banalizzate se non ci si pone nella logica di chi le ha elaborate e, solo se considerate nell·ambito di un contesto osservato nella sua globalità, assumono un senso che oltrepassa le apparenze e manifestano un significato profondo.

Del resto, la stessa tradizione alimentare che a Natale si sbizzarrisce, creando una serie di piatti tipici e di cibi elaborati, pur nella semplicità degli ingredienti, contiene un messaggio che richiede di essere codificato e compreso.
Così, le cartellate (‘ncartiddati), dolce natalizio per eccellenza, portano a due versioni di esecuzione: col miele, propria del Sud della Puglia, Brindisi compresa; col vincotto, più consueta, invece, nel Nord della regione.
Questo tipico e insuperabile dolce nostrano, nella mitologia popolare, vuol simboleggiare le fasce in cui era avvolto Gesù; secondo altri, “cartellate” deriverebbero da cartedda che vuol dire cesta, in ricordo del canestro in cui i pastori posarono i doni, nella grotta di Betlemme.

Presepe in masseria, opera di Cosimo Schena
Presepe in masseria, opera di Cosimo Schena

Per quanto riguarda le “pettole” (nel leccese dette pittule), tradizionale alimento della vigilia di Natale, rappresentano il morbido guanciale su cui il Bambinello venne posto; in altre zone della nostra regione, queste frittelle devono la loro particolare esistenza ad un errore di Santa Elisabetta che, distratta da una lunga chiacchierata con la Madonna, fu costretta a disfare la pasta, del settimanale panetto, cresciuta a dismisura e, per non perderla, gettarla a straccetti nell·olio bollente. Sempre a proposito di culinaria, si attribuisce a San Giuseppe l’invenzione delle saporose zeppole, ovvero ciambelle dolci dovute, extrema ratio, ai morsi della fame quando il Santo Falegname di Nazareth, al colmo della disperazione, ripose in un tegame di sugna fumante i trucioli caduti dalla sua pialla che, all’istante, divennero soffici e appetitose ciambelle.

I ricchi banchetti natalizi a base di 12 portate (quanti erano gli apostoli) sono ancora piuttosto vivi nella tradizione pugliese e non si può negare che quella del Natale resti, nella sua essenza, la festa da vivere e godere in famiglia, poiché, ancor oggi, almeno in apparenza, riesce a conservare quel particolare gusto di condividere e riscoprire, scavando nelle nostre vetuste e nobili radici, le gioie, uniti attorno a quel “focolare domestico”, di tradizionale e indelebile memoria.

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