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Alcune note sui rapporti di Brindisi con le Repubbliche Marinare

Le Repubbliche Marinare furono importanti città portuali italiane che, tra il X e il XIII secolo, conquistarono una notevole autonomia politica e una straordinaria prosperità economica grazie al controllo dei commerci nel Mediterraneo. Sebbene accomunate dalla potenza marittima e mercantile, ciascuna sviluppò una propria identità, distinguendosi per le rotte commerciali, le strategie politiche e le specifiche vicende storiche che ne caratterizzarono l’ascesa.
Le quattro principali furono Genova, Venezia, Pisa e Amalfi.

Regata storica delle Repubbliche Marinare (ph. Genova24.it)
Regata storica delle Repubbliche Marinare (ph. Genova24.it)

Brindisi, già dai primi anni dell’XI secolo, tornò a esercitare un ruolo nevralgico nel commercio marittimo, una florida attività che era principalmente nelle mani degli Amalfitani e dei Pisani, questi ultimi acquartierati fuori dal centro abitato nella contrada che conserva ancora il nome di Tor Pisana, ma anche di mercanti Veneziani e Genovesi.

in città sorsero arsenali, magazzini per la custodia delle merci e si procedette al raddoppio dei navigli”, scrive lo storico dell’arte Teodoro De Giorgio, autore di un importante lavoro di ricerca presentato e pubblicato negli atti di un convegno tenutosi ad Amalfi nel dicembre del 2017. “Gli Amalfitani esportavano a Brindisi doghe per botti, legnami, vini, salumi, frutta secca, profumi e filati pregiati ed importavano grano, olio, vino, formaggi, carrubi e altri materiali di consumo”, spiega ancora lo studioso nella sua accurata relazione, dove indica i ruoli ricoperti da alcuni esponenti della comunità, facenti parte di nobili e ricche famiglie scalesi e ravellesi, come i Pironti, Rogadeo, Rufolo, Muscettola, Castaldo, De Maurone, de Pando, Russo e Bove, ormai stabilmente insediate a Brindisi. Costoro assunsero un determinante ruolo politico all’interno della società brindisina, mantenendo ottimi rapporti e grande sintonia con i principali poteri civili e religiosi locali: contribuirono attivamente “allo sviluppo delle dinamiche economiche cittadine” ed offrirono opere pubbliche lasciate in “memoria della loro presenza con donazioni e rendite in favore del Capitolo metropolitano”. La centralità della colonia amalfitana nella vita e nella finanza cittadina si intuisce dalla collocazione del loro arsenale e dei depositi delle mercanzie, posti “in una delle aree strategiche del porto che si estendeva dall’attuale sede della Guardia Costiera alla stazione marittima, nel tratto finale della Rua Magistra. Tra le prime, e più importanti, imprese artistiche condotte dai ‘negotiatores’ amalfitani a Brindisi vi fu proprio l’edificazione, con dedicazione a Santa Maria di Scala, della chiesa rionale, nota anche sotto il titolo di ‘Santa Maria Amalfitana’, quale devota manifestazione di affetto nei confronti della principale protettrice della loro patria natia.

Note offerta dal prof. Giacomo Carito

Notevoli e frequenti furono i conflitti fra le repubbliche marinare italiane; particolarmente cruento fu lo scontro fra Pisa e Venezia che coinvolse direttamente Brindisi. Scrisse Camillo Manfroni: “Un armistizio, più che una pace, fu concluso nel settembre del 1196; ma ben presto la guerra riarse più viva che mai, finché nell’anno 1199 i Pisani stabilirono audacemente una crociera nel canale d’Otranto, favoriti, a quel che pare, dagli abitanti di Brindisi, e catturarono tutti i legni veneziani che entravano od uscivano dall’Adriatico. La repubblica di Venezia allora diede il comando a Giovanni Basilio (Basegio) ed a Tommaso Faliero, i quali dapprima respinsero i Pisani in un combattimento di cui non abbiamo notizie certe, e poi presentatisi davanti a Brindisi vi commisero atti di ostilità e costrinsero i capi della città, Ruggero Pironto e il notaio Calo, capitani e camerarii, al giuramento di non ricevere più nel loro porto i Pisani, né alcun altro nemico di Venezia, di non dar loro aiuto di sorta, mentre i Veneziani si obbligavano a non molestare le terre del regno di Sicilia. Il documento, che ha la data del settembre 1199, e porta la firma, oltre che dei magistrati, di molti comiti di galee e di nocchieri, è redatto in nome del re di Sicilia Federico II, ed è di straordinaria importanza, non solo per determinare la cronologia del fatto, che il Dandolo pone assai più tardi e il Roncioni attribuì invece all’anno 1192, ma anche per mostrarci quali fossero allora le condizioni delle città nostre, soggette ai continui assalti dei corsari e costrette perciò a ricercare l’amicizia e la protezione dei più forti”.

Brindisi. Panorama del porto mercantile
Brindisi. Panorama del porto mercantile

La feroce rivalità commerciale e militare tra le Repubbliche Marinare per il controllo delle rotte levantine. I Pisani compiono un’azione audacissima, stabilendo un blocco navale (“crociera”) proprio nella strozzatura dell’Adriatico. Intercettando i legni veneziani a Otranto, Pisa stava virtualmente stringendo la corda attorno al collo dell’economia di Venezia, che dipendeva totalmente dal libero transito attraverso quel canale. Un dettaglio fondamentale è il comportamento dei brindisini, definiti “favoriti, a quel che pare, dagli abitanti di Brindisi”. Perché Brindisi favorisce Pisa? Non si tratta di semplice pirateria, ma di una scelta politica ed economica. Le città pugliesi mal tolleravano l’egemonia veneziana sull’Adriatico (che Venezia considerava, non a caso, il suo Golfo). Accogliere i Pisani nel porto di Brindisi significava diversificare i commerci e tentare di arginare lo strapotere veneziano. Venezia non poteva tollerare il blocco del canale. La Repubblica invia una flotta guidata da due patrizi, Giovanni Basilio (Basegio) e Tommaso Faliero. Dopo aver respinto i Pisani in mare, la flotta veneziana si dirige su Brindisi. Le “ostilità” commesse davanti alla città sono la classica dimostrazione di forza ( minaccia di saccheggio) per costringere la città alla resa economica. Il testo menziona i capi della città: Ruggero Pironto e il notaio Calo, definiti “capitani e camerarii”. Questo passaggio è preziosissimo per la storia istituzionale di Brindisi: ci mostra che in quel momento di interregno e debolezza della corona sveva, la città era retta da magistrati locali (un nobile e un notaio, esponente della nascente borghesia colta) che univano il potere militare (“capitani”) a quello finanziario e amministrativo (“camerarii”). Sono loro a dover firmare l’atto di sottomissione. L’accordo imposto da Venezia è un classico trattato di neutralità forzata: Brindisi giura di non ricevere più i Pisani né altri nemici di Venezia nel porto e di non dare loro aiuti. Di contro, i Veneziani si impegnano a non molestare le terre del Regno di Sicilia (un riconoscimento formale della sovranità del Regno, pur sapendo che in quel momento la monarchia non poteva difendere la Puglia). Il finale del brano sottolinea l’eccezionale valore della fonte documentaria (datata settembre 1199) per due motivi: Risolve gli errori dei cronisti antichi. Il veneziano Andrea Dandolo tendeva a posticipare l’evento, mentre il pisano Raffaello Roncioni lo anticipava al 1192. Il documento d’archivio ristabilisce la verità storica del 1199. Mostra la fragilità delle “città nostre” (le città costiere pugliesi), costrette a fare i conti con la piaga dei corsari e a barattare la propria autonomia con la protezione o la non-belligeranza delle potenze più forti (in questo caso, piegandosi alla volontà di Venezia). In sintesi, il brano descrive perfettamente come Brindisi, grazie alla sua posizione geografica straordinaria, fosse al tempo stesso una preda ambita, un porto strategico per scardinare i monopoli e un teatro inevitabile degli scontri per il dominio del Mediterraneo. Un relitto della presenza pisana è nel toponimo Tor Pisana che designava una contrada e oggi una via.

Brindisi. Panorama del porto dal Seno di Ponente (edit. Nicola Passante)
Brindisi. Panorama del porto dal Seno di Ponente (edit. Nicola Passante)

Pietro Ziani, doge della Serenissima dal 5 agosto 1205 al 26 febbraio 1229 dové fronteggiare le gravi minacce di Pisani e Genovesi, che spesso ricorrevano alla guerra di corsa, al predominio veneziano in Egeo. Il più brillante fra i comandanti genovesi era il brindisino conte Alemanno della Costa, definito princeps corsariorum. Per quel che ne riferisce Emanuele Antonio Cicogna “Fu in tempo di questo doge fra il 1217 e il 1218 colle galee comandate da Marco Giorgi (o Zorzano) preso il conte Alemanno di Brindisi Corsaro, ch’era venuto per recar danni all’isola di Candia e fu con novanta uomini condotto a Venezia. Questo fatto cosi nudamente riportato dal Sanuto ricordato dal Dandolo e dal Caroldo, è assai più a lungo e circostanziatamente descritto dall’Anonimo Altinate, là ove comincia: Post modicum vero temporis surrexit contra Venetos principaliter quidam famosus Corsariorum princeps, nomine Comes Alemannus qui etiam civis erat lanuensis.. Il Giustiniani negli Annali lo dice: il conte di Saragozza Alemanno della Costa feudatario della Repubblica di Genova. Da questo avvenimento ebbe origine la pace firmata nel 1218, tra la Repubblica di Venezia e il Comune di Genova”.

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