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Oscar Pronat, una vita dedicata all’antifascismo e alla lotta per la democrazia
Internato nel lager nazista di Furstenberg, nel 1945 riuscì a fuggire e a rifugiarsi in uno scantinato di Berlino prima di rientrare in Italia dopo un viaggio avventuroso. La sua storia ha ispirato lo spettacolo teatrale “Italiano prigioniero sono”.
Oscar Pronat ha dedicato l’intera esistenza alla testimonianza dei valori della pace, del rispetto della dignità umana e della convivenza civile, opponendosi a ogni forma di sfruttamento, sopraffazione e violenza, rifiutando il ricorso alle armi quale strumento di risoluzione dei conflitti.
Nacque a Brindisi il 21 novembre 1923, in una modesta abitazione situata in via Pegola. La nascita fu denunciata all’ufficiale dello stato civile quattro giorni dopo il parto secondo una prassi allora tutt’altro che inconsueta.
Sin dall’adolescenza Oscar manifestò un temperamento vivace e intraprendente. All’età di sedici anni, mentre il secondo conflitto mondiale era già in corso, fu assunto come fattorino presso l’Amministrazione delle Poste, incarico che riprese al termine della prigionia e che proseguì, con successivi avanzamenti di carriera, fino al collocamento in pensione. Nel novembre 1941, la casa di famiglia, situata in via Porta Lecce, fu distrutta nel corso di uno dei bombardamenti aerei alleati che colpirono Brindisi, costringendo i Pronat a trasferirsi a San Pietro Vernotico. Da quel momento Oscar e il padre, anch’egli dipendente delle Poste, raggiungevano quotidianamente Brindisi per svolgere il proprio servizio.
Chiamato alle armi nella Regia Marina nel gennaio del 1943, il mese successivo fu destinato a Pola, dove frequentò il corso di addestramento presso la Scuola Marinara. Al termine della formazione chiese di essere assegnato al servizio sui sommergibili.
Nel settembre dello stesso anno, mentre l’equipaggio era ancora all’oscuro dell’avvenuta firma dell’Armistizio, il sommergibile, durante una navigazione in superficie, fu intercettato da unità tedesche che ne imposero la resa e la scorta verso Fiume. Qui i militari italiani furono arrestati e, il 14 settembre, consegnati alle truppe del generale Tullio Tamburini Gambara, schierate a fianco della Germania nazista.
Ai militari italiani catturati fu imposto di scegliere tra l’adesione alle forze armate del Terzo Reich e la deportazione nei campi di prigionia. Oscar Pronat, al pari di numerosi commilitoni, rifiutò ogni forma di collaborazione con l’esercito tedesco, condividendo così la sorte riservata agli Internati Militari Italiani. Avviati alla deportazione a bordo di carri ferroviari piombati, dopo un viaggio di circa due giorni e una successiva marcia, affrontata anche nella neve e tra le umiliazioni inflitte dalla popolazione locale, giunsero allo Stalag III-B di Fürstenberg sull’Oder, nei pressi di Francoforte. All’ingresso nel campo, Pronat fu sottoposto alle procedure di registrazione: venne spogliato dei propri effetti personali e marchiato con il numero di matricola 310584.
La permanenza nel lager si svolse in condizioni di estrema durezza. I prigionieri erano alloggiati in baracche sovraffollate, prive di riscaldamento, costretti a dormire su pagliericci sistemati su tavolacci a castello. L’assistenza sanitaria risultava pressoché inesistente, anche per i malati, che venivano comunque obbligati a svolgere lavori pesanti. A ciò si aggiungevano continui maltrattamenti, punizioni e violenze, che in numerosi casi degeneravano in vere e proprie torture. L’alimentazione era del tutto insufficiente e di pessima qualità, le esigue razioni e le durissime condizioni di prigionia ridussero il peso corporeo a poco più di quaranta chilogrammi.
Durante la prigionia, un’odissea durata due anni ricca di strazi fisici e psicologici, Oscar venne destinato al lavoro coatto presso la fabbrica di armamenti Borsig di Fürstenberg, dove fu impiegato come assistente di una lavoratrice civile tedesca addetta alla produzione bellica. Secondo la sua testimonianza, la donna manifestò nei suoi confronti un atteggiamento di particolare benevolenza, quasi materno, e con vari espedienti riuscì spesso a procurargli un piccolo pezzo di pane preparato con un impasto di segale e altre farine di fortuna.
Uno degli episodi che Oscar Pronat ricordò come uno degli episodi più dolorosi dell’esperienza di prigionia fu la morte per stenti di un giovanissimo internato, che si spense nelle sue braccia mentre intonava un canto dedicato alla madre. Tra gli altri ricordi di quel periodo emergeva anche la figura di un medico italiano che, nel tentativo di sopperire alla grave carenza di vitamine, raccoglieva e triturava erbe spontanee essiccate, successivamente fatte bollire in recipienti di fortuna ricavati da barattoli. Tale attività veniva svolta con estrema prudenza e nella massima discrezione, per evitare di attirare l’attenzione delle guardie tedesche.
In concomitanza con la ritirata delle truppe tedesche, ormai incalzate dall’avanzata dell’Armata Rossa, i prigionieri venivano spostati e trasferiti in altri luoghi, spesso anche utilizzati come scudi umani. Nel tentativo di cancellare le tracce dei crimini commessi, numerosi prigionieri furono uccisi e sepolti in fosse comuni, mentre altri furono impiegati coattivamente nello scavo di trincee e opere difensive destinate a rallentare l’offensiva sovietica e a proteggere il ripiegamento delle forze tedesche
Nell’aprile del 1945, approfittando del caos provocato da uno dei tanti bombardamenti dell’artiglieria sovietica, Oscar riuscì a sottrarsi alla sorveglianza e a fuggire insieme a Nino B., internato militare italiano. Eludendo le sentinelle e superando il duplice pericolo costituito dai bombardamenti e dai combattimenti in corso, i due raggiunsero Berlino, dove trovarono rifugio nello scantinato di un edificio tuttora esistente, successivamente restaurato. Il locale, un ampio vano destinato alla centrale termica, offriva un riparo di fortuna anche ad altri fuggiaschi. Per circa due settimane il gruppo rimase nascosto in condizioni di estrema precarietà, vivendo nell’incertezza e nel costante timore di essere individuato sia dalle forze tedesche sia da civili ancora fedeli al regime nazista, impegnati nella ricerca dei prigionieri evasi e dei presunti «traditori», che non di rado venivano sottoposti a esecuzioni sommarie.
Durante la prigionia, grazie alla sua grande curiosità e la voglia di conoscenza, coltivò l’abitudine di apprendere alcuni termini in lingua russa, polacca e tedesca, convinto che tale conoscenza potesse rivelarsi utile. In effetti alla fine di aprile del 1945, quando il loro rifugio fu scoperto, la conoscenza della lingua si rivelò determinante e contribuì a salvargli la vita.
Quella mattina, infatti, mentre gli occupanti erano nascosti dietro la grande caldaia dello scantinato, si udirono il rumore di uomini che scendevano nei locali sotterranei. Alla vista degli stivali militari ritennero inizialmente che si trattasse di soldati tedeschi e considerarono ormai inevitabile una fucilazione sommaria. A fare ingresso nel rifugio erano invece militari dell’Armata Rossa. I primi momenti furono comunque segnati da un clima di forte tensione: i sovietici, impegnati a individuare eventuali soldati tedeschi nascosti, interpretarono gli abiti logori dei due italiani come un possibile travestimento e puntarono immediatamente le armi contro di loro. In quella circostanza Oscar, facendo ricorso alle poche espressioni in lingua russa apprese durante la prigionia, pronunciò con voce incerta le parole «Ital’yanskiy plennyy» («Italiano prigioniero sono»)1.
Quell’immediata dichiarazione fu sufficiente a chiarire l’equivoco, il giovane soldato sovietico abbassò il fucile, scongiurando un epilogo che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Successivamente Oscar e Nino furono accompagnati al comando operativo dell’Armata Rossa, dove venne verificata la loro identità e accertata la nazionalità italiana.
Fin dai primi contatti, i due giovani instaurarono un rapporto di reciproca fiducia con i militari sovietici, i quali manifestavano nei confronti degli italiani un atteggiamento generalmente benevolo, considerandoli «brava gente». Rimasero a Berlino per circa un mese, collaborando con le truppe russe nelle attività di supporto e continuando a trovare riparo nello stesso scantinato che li aveva accolti durante la fuga. In quel periodo riuscirono gradualmente a recuperare le forze fisiche e parte del peso perduto.
Un episodio testimonia le difficoltà derivanti dalle differenze linguistiche nel clima di forte tensione di quei giorni. Durante una giornata di lavoro, Oscar e Nino incrociarono un gruppo di giovani polacche in bicicletta, armate di fucile, alle quali rivolsero un’espressione che, nelle loro intenzioni, voleva essere un semplice avvertimento: «Fate attenzione alla curva». Ignoravano tuttavia che il termine “curva”, nella lingua delle ragazze, aveva un significato gravemente offensivo. Le giovani reagirono con immediatezza, aggredendoli verbalmente e conducendoli contro un muro, dove i due italiani rischiarono di essere sommariamente fucilati. Solo il successivo chiarimento dell’equivoco consentì di evitare conseguenze drammatiche.
Successivamente le autorità sovietiche concessero loro un salvacondotto, due biciclette e l’autorizzazione a rientrare in Italia. Il viaggio si svolse in condizioni estremamente difficili. Nino, che non aveva esperienza con i pedali e le bici, fu sostenuto e incoraggiato da Oscar, il quale lo aiutò più volte a rialzarsi dopo le inevitabili cadute. Giunti a Bolzano, con le biciclette ormai logorate dal lungo percorso, i due compagni di fuga si separarono per fare ritorno alle rispettive famiglie.
Oscar riuscì infine a fare ritorno a Brindisi, proseguendo il viaggio grazie a passaggi ottenuti su autocarri e altri mezzi di fortuna. Giunto in città, si diresse immediatamente verso la casa di famiglia, nella speranza di ritrovarla ricostruita dopo i gravi danni subiti durante i bombardamenti. Le sue aspettative furono tuttavia deluse. Apprese però con grande sollievo che i familiari erano sopravvissuti e avevano trovato sistemazione in una baraccopoli realizzata nei pressi della chiesa dei Salesiani per accogliere gli sfollati rimasti senza casa (scheda).
Il ricongiungimento con la madre fu segnato da una frase rimasta impressa nella memoria: «Mamma, anche questa volta sono riuscito a scappare». Le parole Oscar richiamavano gli episodi della propria infanzia, quando, da scolaro della scuola elementare «Perasso», era solito allontanarsi dall’istituto nonostante le raccomandazioni della madre ai bidelli affinché lo sorvegliassero.
Subito dopo il suo rientro, Oscar si recò nei vari centri della provincia per comunicare alle famiglie notizie riguardanti i militari brindisini conosciuti durante la prigionia.
Anche gli altri due fratelli di Oscar fecero ritorno dalla guerra. Rolando, carrista, aveva preso parte alla battaglia di El Alamein, dove era stato catturato dalle forze britanniche; Antonio, paracadutista, aveva invece partecipato a diverse operazioni militari sul territorio italiano.
Oscar Pronat è stato una figura storica del Pci brindisino, è stato inoltre un consigliere comunale per due mandati negli anni ‘70 del Novecento. Ha preso parte con costanza alle celebrazioni annuali del 25 aprile, offrendo la propria testimonianza agli studenti e contribuendo a tramandare la memoria degli orrori della guerra e dell’esperienza della deportazione. È venuto a mancare il 29 gennaio del 2016.
Testo di Giovanni Membola
È doveroso ringraziare Lucia e Danilo Pronat, figli di Oscar, per la collaborazione prestata e per il costante impegno nel proseguire l’opera di testimonianza del loro illustre genitore, diffondendo nelle scuole e tra i giovani i valori di libertà e democrazia, un messaggio di pace autentica contro tutte le guerre.
Note
1 La compagnia teatrale Meridiani Perduti ha prodotto e porta regolarmente in scena, sin dal 2013, lo spettacolo teatrale “Italiano prigioniero sono”, ispirato alla vicenda umana di Oscar Pronat. La regia è affidata a Sara Bevilacqua, che ne è anche l’interprete protagonista; completano il cast Daniele Guarini (voce), e Daniele Bove (musiche e pianoforte). La drammaturgia è di Emiliano Poddi.
2 Oscar Pronat è stato un appassionato lambrettista. Con la sua motocicletta partecipò, negli anni 1951, 1953 e 1956, a diversi raid motociclistici europei; uno di essi si sviluppò lungo un itinerario di circa 8.000 chilometri. A condividere con lui queste impegnative esperienze di viaggio vi fu anche Alfiero Urso, noto sarto brindisino.
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