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La “prima comunione” nell’immediato secondo dopoguerra

I ricordi di Mina Arigliano, risalenti al maggio del 1945, raccontano quando l’evento era vissuto nella più totale sobrietà: abiti prestati e niente ristoranti, il festeggiamento consisteva al massimo nel riunire la famiglia in casa per condividere un dolce speciale

Era maggio del 1945, da pochi giorni era stata firmata la resa incondizionata delle forze armate tedesche a Reims, di fronte ai rappresentanti militari degli Alleati occidentali. Formalmente era finita la guerra in Europa ma le ferite rimanevano aperte. Anche a Brindisi, città martoriata dai bombardamenti, la vita stentava a ripartire ma si doveva ricominciare, anche dalle cose semplici. Erano proprio queste situazioni che potevano dare la speranza nel futuro, ed anche una modesta “prima comunione” diventava l’occasione per tornare a vivere un’esistenza normale e cercare di dimenticare, almeno per qualche ora, la sofferenza.
Riaffiorano così, senza celare le emozioni, i ricordi di Cosima Arigliano, Mina per amici e parenti, che in quei giorni insieme al fratello Cosimo si accingeva a ricevere per la prima volta l’Eucarestia nell’antica chiesa di Santa Maria della Fontana, meglio conosciuta come la chiesa dei Cappuccini.

Foto ricordo della Prima Comunione di Mina e Coco Arigliano, in posa presso lo studio Savarese
Foto ricordo della Prima Comunione di Mina e Coco Arigliano, in posa presso lo studio Savarese

La famiglia, nella ristrettezza economica imposta dal lungo ed estenuante conflitto mondiale, aveva cercato in ogni modo di far vivere ai loro piccoli una giornata comunque indimenticabile, il rito infatti è da sempre il primo momento importante nella vita del bambino e della sua famiglia, ed era necessario pertanto celebrarlo nel modo migliore. Non era casuale far coincidere la prima comunione con quella di un fratello, era un modo per contenere le spese e risparmiare anche sul pranzo da preparare e offrire.
Così a Cosimo, Coco per i famigliari, fu preparato un abito da ufficiale militare, molto in voga in quegli anni, con giacca e pantalone lungo e tanto di fascia trasversale, piccola cravatta, guanti bianchi e – non doveva mancare per i maschietti – il tipico fiocco al braccio sinistro. Il tutto indossato con fierezza prima di essere prestato ad altri famigliari o essere conservato e riutilizzato per successivi eventi importanti. Non era raro in quegli anni, e in quelli a venire, indossare capi di vestiario adattati e già adoperati da qualcuno più grande o anche far partecipare i bambini a processioni varie, in particolare a quella del Corpus Domini, vestendo l’abito della prima comunione.

Foto ricordo della Prima Comunione, coll. Famiglia Sanasi
Foto ricordo della Prima Comunione, coll. Famiglia Sanasi

A Mina invece fu creato un vestito con la stoffa acquistata a “contrabbando” e cucita dalle mani esperte “di una sarta di Mesagne che lavorava al centro di Brindisi, in via Madonna della Scala – racconta la signora Arigliano – che con quelle ‘pezze’ riusciva a tirare fuori sempre qualcosa di incredibile, era molto conosciuta ed apprezzata per questa sua abilità”. Quella stoffa i genitori di Mina, Coco e di Tino (Giacinto, il fratello maggiore) erano riusciti ad ottenerla ad un prezzo ragionevole da un commerciante di prodotti del “mercato nero” che in quegli anni si arrangiavano proponendo casa per casa alimenti – caffè e zucchero in primis – e materiali vari, ottenuti in maniera più o meno lecita o recuperati dopo il loro impiego. Era il caso di questo tessuto che proveniva da un paracadute inglese, sicuramente utilizzato per l’atterraggio sul territorio italiano da un soldato delle forze alleate durante la fase di liberazione. Era necessario per il venditore disfarsene quanto prima mentre per l’acquirente rappresentava l’occasione per portare a termine un buon affare, così si raggiunse presto un accordo conveniente per entrambi. Al resto ci pensò l’artigiana mesagnese a trasformare, con delicate imbastiture e raffinati ricami ottenuti da semplici cuciture, un abito bellissimo arricchito da un velo legato da un nastrino al collo e fermato sui capelli da una coroncina di fiorellini, che contribuì notevolmente a rendere meravigliosa quella giornata.
I due fratellini, lei otto e lui dieci anni, parteciparono alla messa celebrata dall’austero “papa Andrea” e servita dal noto Guglielmo, alla presenza della loro ‘comare’ Anna Cordella, al termine della quale furono accompagnati da papà Luigi allo studio fotografico Savarese di corso Umberto I per la tipica foto ricordo, che solitamente veniva scattata in un angolo adibito a sala posa con tanto di sfondo classico, unico per tutti. Così, mano nella mano, fecero ritorno felici alla propria abitazione dove la mamma aveva preparato “puddica, cacchitieddi, mustazzueli e bocconotti”, e dove li raggiunsero i parenti più stretti: “ci baciavano facendoci gli auguri e ci porgevano il loro regalo: soldi, i nostri primi soldi. Ricordo che una zia mi donò cinquemila lire, una somma importante per quel periodo” ricorda Mina Arigliano quel festeggiamento semplice ma indelebile nel tempo. Poi giusto il tempo per consumare quelle pietanze preparate con straordinaria dovizia e tutto tornava alla normalità.
Non esistevano problemi legati alla spasmodica ricerca del catering e della location giusta fra ristoranti stellati e dimore storiche, perché chi poteva festeggiava sempre e solo in casa. Impensabile parlare di bomboniere, confetti colorati, angioletti e lista dei regali da chiedere.

Foto ricordo della Prima Comunione di Maria e Lillino De Paola a piazza Cairoli
Foto ricordo della Prima Comunione di Maria e Lillino De Paola a piazza Cairoli

Nessun ricordino di quel giorno, solo una piccola medaglietta ricevuta in chiesa, legata ad un nastrino e attaccata con una spilletta sul vestito, e poi quella foto di Savarese, gelosamente conservata per anni e che la dolce signora Mina esibisce con delicatezza e quel po’ di malinconia, emozioni che si manifestano nei suoi bellissimi ed espressivi occhi azzurri e cristallini, che hanno visto alternare momenti di vita particolarmente dolorosi a momenti di meritata serenità.

Ancora meno “fortunati” i loro cugini, Pasquale (detto Lillino) e Maria De Paola, che qualche anno prima erano stati costretti dalle circostanze belliche a vivere quella ricorrenza con abiti prestati e che dovevano essere prontamente restituiti, facendo molta attenzione a non rovinarli o semplicemente sporcarli, giusto una foto davanti ad un anonimo portone di piazza Cairoli prima di tornare a casa e cambiarsi, per riprendere la vita di sempre.

Testo di Giovanni Membola