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Come si salvarono dalla demolizione le antiche porte cittadine

L’antica cinta muraria, realizzata dagli aragonesi nel XV secolo e successivamente modificata e rinforzata con l’aggiunta dei bastioni per ordine di Carlo V nel 1530, poteva contare su tre porte di ingresso alla città: Porta Reale, situata sull’attuale lungomare nei pressi di piazza Dionisi (ben visibile nella stampa di G.B. Pacichelli del 1703), demolita durante i lavori di sistemazione del porto nel XVIII secolo operata da Andrea Pigonati; Porta Mesagne e Porta Lecce.
Si è rischiato di perdere definitivamente anche queste ultime due porte, un pericolo scampato grazie soprattutto all’impegno di alcuni lodevoli cittadini: il loro perentorio intervento ha permesso a questi antichi monumenti di restare incolumi nei secoli nonostante l’incuria degli uomini.
Il prof. Teodoro Andriani nel suo libro “Brindisi da capoluogo di provincia a capitale del Regno del Sud”, riporta la cronistoria documentata delle vicende che hanno interessato questi manufatti.

Giovan Battista Pacichelli (1703). Cerchiata la Porta Reale
Giovan Battista Pacichelli (1703). Cerchiata la Porta Reale

Nel lontano 1859 a rischiare fu Porta Lecce: per le continue infiltrazioni di acqua, risultava danneggiata in particolar modo sulla volta di copertura, tanto da rappresentare un pericolo costante per i tanti cittadini che l’attraversavano durante il giorno. Più volte il sindaco Filomeno Consiglio aveva sollecitato l’autorità statale competente ad un intervento risolutivo sulla struttura, ma le risposte che giunsero a tali richieste, sia dal comandante della Reale Piazza di Brindisi e successivamente dal Ministero della Guerra, disponevano l’immediata consegna dell’area al Comune che doveva provvedere alla demolizione delle “fabbriche vecchissime e crollanti”. In questo modo, scrivevano, si poteva rendere più ampio e gradevole l’ingresso alla città. Il sindaco Consiglio, per fortuna, curò attentamente l’aspetto monumentale della porta, dimostrando la convenienza (anche economica) del restauro rispetto alla demolizione. Solo la perseveranza nella dimostrazione del valore storico del monumento portò ad annullare il progetto di demolizione, che fu sostituito con una delibera di restauro votata all’unanimità l’1 aprile del 1860.

Porta Mesagne Porta Mesagne dopo il crollo del 1925
Porta Mesagne Porta Mesagne dopo il crollo del 1925
Successivamente le parti si invertono per quanto concerne Porta Mesagne, che nel 1925 è stata sul punto di essere abbattuta. Anche qui l’incuria e le infiltrazioni di acqua avevano causato gravi danni al monumento, tanto che già due anni prima ne fu chiesta la demolizione. Il forte temporale della notte tra il 26 e 27 ottobre del 1925 causò il crollo del timpano sulla volta della porta, tanto che dopo il sopralluogo, l’ingegnere capo del comune Telesforo Tachioni produsse una relazione tecnica contenente la richiesta di demolizione immediata del monumento pericolante al fine di garantire l’incolumità pubblica. Il sindaco Serafino Giannelli firmò il decreto lo stesso giorno. Il 31 ottobre gli operai incaricati del lavoro si recarono a Porta Mesagne, ma non gli fu consentito di procedere poiché don Pasquale Camassa (conosciuto in città come Papa Pascalinu) si era collocato proprio sotto il monumento per impedirne la demolizione. Il canonico, in qualità di Presidente della Commissione Provinciale dei Monumenti e spinto dal suo grande senso civico, nei giorni precedenti aveva protestato energicamente cercando di evitare in ogni modo questa sciagurata decisione. La sua opera persuasiva continuò con l’invio di lettere e di telegrammi a ministeri ed uffici preposti alla salvaguardia dei beni monumentali, tanto da indurre gli organi competenti a sospendere definitivamente la demolizione dell’antica porta.

L’anno successivo, dopo un più attento riesame della questione, la Soprintendenza fu incaricata dal ministero a redigere un progetto di conservazione di Porta Mesagne.
Le motivazioni non convinsero il sindaco Giannelli che perseverò con una nuova richiesta di abbattimento del manufatto, motivandolo anche da un punto di vista economico, in maniera da utilizzare i fondi destinati al recupero della porta per la conservazione di altri monumenti cittadini.
Per fortuna ancora una volta la risposta del ministero fu negativa e dopo un ulteriore anno vennero avviati i lavori di restauro dell’antica porta, durante il quale si aprì la seconda porta, più piccola, per il passaggio pedonale.

Riferimenti bibliografici

  • Giuseppe Teodoro Andriani, Brindisi da capoluogo di provincia a capitale del Regno del Sud, Grafica Aprile (Ostuni), 20005
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