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Masseria Masina
Cinque secoli di storie da raccontare
Il fascino inalterato della storia e la bellezza dell’architettura rurale e difensiva. L’unicità della Masseria Masina è rappresentata proprio dal suo ricco patrimonio culturale, un insieme di elementi distintivi che narrano il legame secolare tra l’uomo, il territorio e la nobile attività contadina. Tutto è ben conservato e s’inserisce in un gradevolissimo intorno paesaggistico, nel quale protagonista assoluto è il vigneto, a cui fanno da cornice generosi alberi di gelsi a rievocare un passato non troppo lontano nel quale si praticava l’allevamento di bachi da seta per la produzione del prezioso filamento.
La torre rinascimentale e la vicina cappella rurale, entrambe annesse all’antica masseria, sono i beni interessati dall’ottimo intervento di ristrutturazione incentrato sulla conservazione e l’autenticità degli ambienti. I lavori, in fase di completamento, oltre a prevenire eventuali danni strutturali, hanno permesso il recupero e la valorizzazione dei materiali originali e le peculiarità architettoniche delle opere, conservandone ogni caratteristica costruttiva ed estetica. L’obiettivo prioritario della famiglia De Castro, proprietaria dal 1854 dell’azienda e annessa masseria, è quello di preservare e rendere pienamente fruibile l’area per accogliere i numerosi visitatori, rendendo il luogo un punto di partenza per le iniziative di riscoperta della Via Appia, la strada consolare di epoca romana inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Pertanto, accedendo all’apposito finanziamento dall’Unione europea, sono riusciti ad attingere ai fondi stanziati nel PNRR (M1.C3 – investimento 2.2, NextGenerationEU), e procedere con le opere di conservazione dell’identità storico-funzionale dei manufatti e del morfotipo rurale.
Erano dei veri e propri fortini che disponevano di sistemi difensivi “piombanti”, come le caditoie, le strette aperture poste sui muri perimetrali del tetto e in corrispondenza dei varchi di accesso e delle finestre, che permettevano agli assediati di far cadere sul nemico pietre e liquidi infiammabili o bollenti, proteggendoli dall’assalto. L’accesso originale era posto al piano intermedio, la zona abitabile per le vedette, al quale si accedeva per mezzo di una scala in legno retraibile all’occorrenza. L’ambiente al piano terra talvolta veniva utilizzato come cisterna per la raccolta dell’acqua piovana o come deposito. Superata l’emergenza, qui si aprirono i varchi di accesso e le scalinate di collegamento con gli ambienti superiori. Il piccolo locale sul terrazzo venne inoltre adibito a colombaia, con varie cellette per ospitare e allevare i volatili, una volta considerati un’importante risorsa per l’economia aziendale e domestica.
Nei pressi della torre c’è la piccola cappella rurale anch’essa oggetto del progetto di restauro e valorizzazione. Il semplice edificio di culto a singola aula era dedicato a San Nicola e rappresenta una importante testimonianza della profonda religiosità e della devozione popolare contadina nei secoli passati. Era stata eretta nel Settecento per consentire ai braccianti agricoli e alle loro famiglie la partecipazione alle funzioni religiose senza farle allontanare dal luogo di lavoro; anche gli altri contadini della zona potevano assistere ai riti liturgici, per questo la chiesetta era discosta dai fabbricati principali, in maniera da evitare l’accesso nella corte poderale a chi non vi risiedeva. In origine era dotata di tetto a doppio spiovente (a “cannizzu”) e copertura con coppi tradizionali, su uno dei muri perimetrali era presente un campanile a vela ad unica luce contenente una “campana proporzionata”. Come tante altre cappelle rurali, una volta sconsacrata è stata adibita ad alloggio per gli operai, con l’aggiunta di un caminetto per il riscaldamento, quindi a deposito di attrezzature e di prodotti agricoli. Gli interventi di risanamento fortemente voluti dal proprietario Francesco De Castro di Mesagne hanno rimesso in luce in maniera eccellente gli interessanti elementi decorativi: fregi, cornici e ornati originali in gesso sono tornati a impreziosire il soffitto “a botte” dell’aula. Lungo le pareti esterne, ad altezza d’uomo, si notano alcuni occhielli un tempo usati per legare le briglie dei cavalli.
Sono tante le memorie che trovano tracce evidenti anche nelle infrastrutture interne. Nell’ampia sala del piano terra, che sino ai primi anni ‘90 del Novecento era adibita a stabilimento vinicolo, si conserva un interessante gruppo vasche costituito da due contenitori in rovere sovrapposti, il superiore dotato di una serie di originalissimi ugelli in bronzo. Erano i componenti del sistema di filtrazione dei mosti che sfruttava la gravità per lo spostamento da un piano all’altro del prodotto ottenuto dalla macinazione delle uve.
Ma il pezzo più affascinante è senza dubbio il rarissimo esemplare di macchina a vapore, un generatore di energia meccanica ottenuta termicamente da un motore alimentato a carbone. Montato sopra un telaio con quattro ruote, il dispositivo costruito a Ipswich dalla Ransomes, Sims & Jefferies, e distribuito in Italia dalla nota azienda toscana Cosimini, poteva essere trasportato in luoghi diversi ed essere utilizzato in vari ambiti agricoli, come nell’azionamento delle trebbiatrici. In realtà la “locomobile” dei De Castro non si è mai mossa da quel locale, lo testimonia il camino dei fumi di combustione ben fissato nel soffitto. L’ipotesi trova conferma anche nelle parole del proprietario: l’apparecchiatura era asservita esclusivamente alla generazione di corrente elettrica per la vicina officina enologica e gli altri impianti. Nello stesso locale sono conservate cinghie e pulegge di trasmissione del movimento prodotto alla vicina dinamo, l’originale quadro elettrico e perfino un contenitore con alcuni pezzi di carbone adoperato come combustibile.
La “vaporiera” è probabilmente uno dei pochissimi, se non l’unico prototipo superstite venduto in Italia dall’azienda britannica, lo afferma Davide Lorenzone, il massimo esperto italiano di locomobili nonché appassionato collezionista di macchinari agricole d’epoca. L’ingegnere torinese è altresì convinto che, senza particolari accorgimenti, si potrebbe addirittura rimettere in funzione.
La Masseria Masina è un vero e proprio libro in pietra che racconta almeno cinque secoli di storia, un ricco patrimonio architettonico, naturale e culturale della tradizione rurale brindisina da preservare e promuovere, un palcoscenico ideale per rivivere varie epoche del passato nella consapevolezza di trasmetterlo alle generazioni future. È questo il nobile intento dei lungimiranti imprenditori agricoli Francesco De Castro e di suo padre Franco, attuali proprietari dell’azienda che complessivamente supera i centodieci ettari, di cui poco più di una ventina circondano la masseria.
I De Castro hanno definito valide collaborazioni con alcune associazioni locali per inserire la Masseria all’interno di itinerari strutturati e tematici legati al turismo lento e di qualità lungo “l’Appia antica”. Un modello ammirevole che riconosce la relazionalità come vettore prioritario di fruizione e valorizzazione sostenibile dell’identità territoriale.
Testo di Giovanni Membola per Il 7 Magazine
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