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Marco Pacuvio (220 – 130 a.C.)

Nato nel 220 a.C. è stato il poeta che meglio ha rappresentato e diffuso la tragedia latina. Deve allo zio materno, il poeta Quinto Ennio, l’avvio agli studi letterari proseguiti poi a Roma, dove Ennio si trasferì ad insegnare lingue nella scuola dell’Aventino. Qui fu anche introdotto nel circolo filellenico degli Scipioni.

Era quello il tempo in cui l’Impero romano si estendeva verso l’oriente e nello stesso tempo la cultura veniva influenzata da quella ellenistica, che favorivano un processo di affinamento letterario, segnando una svolta nella letteratura romana. Quinto Ennio e il nipote Marco Pacuvio furono tra gli iniziatori di questa nuova cultura.

Del poeta brindisino si conoscono solo 13 titoli delle tragedie scritte, le più famose sono Antiopa e Medea, che lo portarono ad essere giudicato da Cicerone come il maggior tragico latino.

Acquistò inoltre la fama di eccellente poeta e scrittore di satire, e di insigne pittore, a lui sono attribuiti alcuni affreschi nel tempio di Ercole nel foro Boario.
Ormai famoso e pieno di gloria si ritirò a Taranto, dove morì all’età di 90 anni.

Marco Pacuvio in un'incisione di Raffaello Morghen del 1816 - collezione A. Del Sordo
Marco Pacuvio in un'incisione di Raffaello Morghen del 1816 – collezione A. Del Sordo

Marco Pacuvio (220-130 a.C.), fu ricordato da Agnolo (Angelo) Ambrogini, detto Poliziano, dal nome latino del paese d’origine, Mons Politianus (Montepulciano, 14 luglio 1454 – Firenze, 29 settembre 1494), nelle Sylvæ. Queste, com’è noto, occupano un posto del tutto particolare all’interno della poesia latina del Poliziano e, in generale, dell’intera poesia umanistica. Il Poliziano riprende qui un aneddoto riferito da Aulo Gellio in Notti Attiche. Per il Poliziano “due corifei fecondissimi della tragedia romana antica, quasi interamente perduti”, furono Marco Pacuvio e Lucio Azzio o Accio”. A loro di riferisce riportando l’aneddoto ríferito da Gellio (Noct. att., XIII, 2), che “leggendo Accio in Taranto a Pacuvio vecchio e infermo una delle sue tragedie, l’Atreo, Pacuvio gli disse «sonora quidem esse quæ scripsisset et grandia, sed videri ea tamen sibi duriora paulum et acerbiora»”. I versi che Accio aveva scritto erano indubbiamente sonori e grandiosi, ma nondimeno gli sembravano un po’ troppo duri e acerbi; “e il giovane Azzio ne convenne liberamente, e allegò l’esempio de’ frutti che d’acerbi divengono col tempo maturi e saporiti”. In Epigrammata Poliziano ricorda ancora Pacuvio accostandolo a Cecilio, Plauto e Nevio. In Brindisi è appena ricordato da una viuzza quando in ogni città dell’universo mondo le vie principali sono dedicate a concittadini illustri.1

Documenti utili

1 Nota offerta dal prof. Giacomo Carito