Brindisi Virtual Tour
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Alcune ipotesi sulla fondazione di Brindisi
La fonte più autorevole e diretta che trasforma l’etimologia del “cervo” in un personaggio in carne e ossa è Stefano di Bisanzio (VI secolo d.C.). Nel suo dizionario geografico, l’Ethnika, Stefano di Bisanzio scrive esplicitamente che la città di Brindisi fu fondata da Brentes (Βρέντης), descrivendolo come figlio di Ercole. L’inserimento di Ercole come padre di Brento non è un dettaglio casuale, ma risponde a precise dinamiche del mito antico:- Legittimazione “Doricizzante”: Legare un fondatore a Ercole (il capostipite ideale dei Dori) serviva a nobilitare la città agli occhi del mondo greco. Se Brindisi era stata fondata da un Eraclide, allora aveva lo stesso “sangue” nobile di Sparta o di Taranto
- Il passaggio di Ercole in Puglia: Il mito di Brento si inserisce nel più ampio ciclo del ritorno di Ercole con i buoi di Gerione. Secondo la leggenda, l’eroe avrebbe percorso le coste adriatiche, lasciando “tracce” (e figli) lungo il cammino.
- Sintesi tra Messapi e Greci: Stefano di Bisanzio opera una sintesi perfetta: prende il termine messapico brention (il cervo) e lo trasforma nel nome di un semidio greco. In questo modo, la “testa di cervo” non è più solo una forma geografica del porto, ma il nome dell’eroe che lo ha scoperto. In sintesi, l’invenzione di Brento come fondatore nasce come derivazione dal nome stesso della città.
Affollato appare il novero di quanti furono considerati fondatori di Brindisi. La molteplicità si spiega sia con la corrispondente molteplicità dei rapporti sviluppatisi nel tempo fra Brindisi e altre città mediterranee che con l’avvicendarsi di varie potenze marittime nel controllo del basso Adriatico: ogni potenza impone i suoi miti per stabilire rapporti che giustifichino l’esistente. Strabone (Geografia, VI, 3, 6) riporta due tradizioni distinte che attribuiscono la fondazione di Brindisi ai Cretesi; nel primo caso Strabone riferisce la tradizione secondo cui fondatori furono i Cretesi che erano andati in Sicilia con Minosse. Dopo la morte del re a Camico, questi uomini ripartirono dalla Sicilia ma, durante la navigazione di ritorno, furono colti da tempeste e trascinati nel mare Adriatico. Finirono sulle coste della Japigia e qui rimasero, fondando Brindisi La seconda variante proposta riporta che, secondo alcuni, i coloni cretesi giunti a Brindisi non erano quelli di Minosse, bensì coloro che, già abitanti in Cnosso, si sarebbero spostati dall’isola in cerca di nuove terre per approdare infine a Brindisi. Strabone cita queste due varianti per evidenziare quanto fosse radicata l’idea che Brindisi avesse origini greco-cretesi antichissime, ben prima della colonizzazione greca storica. In entrambi i casi, l’autore sottolinea come questi coloni si siano poi fusi con le popolazioni locali, pur mantenendo il prestigio di una discendenza eroica.
Come ebbe a rilevare Giorgio Camassa, la tradizione letteraria è di particolare interesse per quanto concerne Brindisi e i relativi miti di fondazione. “Oltre alle notizie secondo cui Falanto sarebbe morto esule a Brindisi, infatti, non mancano le testimonianze che fanno di Brindisi una fondazione (una delle tante, nell’Adriatico) di Diomede, giunto con un gruppo di Etoli all’indomani della guerra di Troia. Altri autori ritenevano invece che qui si fossero stanziati dei Cretesi giunti da Cnosso e condotti da Tesco, ovvero provenienti dalla Sicilia e guidati da lapige (una volta morto Minosse a Camico, i Cretesi nel loro viaggio di ritorno sarebbero stati spinti verso la Iapigia e di li una parte di essi avrebbe poi raggiunto la Bottiea)”.
Caio Giulio Solino, pur essendo un autore tardo, sarebbe vissuto a metà del III secolo d.C., che spesso compendia Plinio, fornisce interessanti riferimenti a Brindisi perché ne ribadisce la fondazione da parte di Diomede inserendola in un catalogo di meraviglie dell’Italia. È una fonte che dimostra come la fama della Brindisi “diomedea” sia sopravvissuta intatta fino alla tarda antichità. Scrive (Collectanea rerum memorabilium, 2, 10): “Diomede fondò Brindisi: per tale motivo si tramanda che lì, per la prima volta, i cavalli furono resi mansueti; egli infatti per primo li addomesticò all’uso umano dopo averli trasportati dalla Tracia”. Non è solo la spada di Diomede a segnare quindi il destino di Brindisi, ma la sua capacità di addomesticare la natura. Come qui si ricorda sarebbe stato proprio l’eroe etolo a introdurre la doma dei cavalli portati dalla Tracia, trasformando un approdo selvaggio in un centro di sapere tecnico e agricolo. Il mito in questo caso serve a spiegare perché Brindisi divenne subito un nodo strategico: non era solo un porto, ma un centro di eccellenza dell’antichità.
Nell’immediato periodo post tridentino si cercò di dimostrare la fondazione di Brindisi come risalente al periodo immediatamente successivo il diluvio universale. Fondatore sarebbe stato Gomer, il figlio maggiore di Iafet e nipote di Noè, menzionato nella “Tavola delle Nazioni” della Bibbia (Genesi 10). La connessione tra Gomer e le città italiane — inclusa verosimilmente Brindisi — non nasce dall’antichità ma da una delle più elaborate falsificazioni della storia dell’erudizione umanistica: quella di Annio da Viterbo (al secolo Giovanni Nanni).
Annio da Viterbo è noto soprattutto per una colossale opera di falsificazione storico-archeologica in diciassette volumi intitolata Antiquitatum variarum volumina XVII, in cui sono contenuti scritti da lui attribuiti ad autori molto antichi, come Beroso, Manetone, Megastene, Fabio Pittore e Catone. Sull’autenticità di questi scritti nacquero presto dubbi, poi confermati dall’umanista Giuseppe Giusto Scaligero. Il meccanismo specifico che generò la tradizione su Gomer è questo: nel 1498 Annio da Viterbo pubblicò frammenti noti come “Pseudo-Beroso”, ora considerato un falso, sostenendo che i registri babilonesi avevano dimostrato che “Comero Gallo”, cioè Gomer figlio di Iafet, si era stabilito per la prima volta a “Comera” (in Italia) nel decimo anno di Nimrod, in seguito alla dispersione dei popoli. È esattamente questo il caso di Brindisi. La storiografia locale brindisina ha a lungo fatto riferimento, tra le sue “fonti”, a quella biblica, secondo cui dopo il Diluvio Universale Brindisi fu edificata (o riedificata) da Gomer, figlio di Iafet e nipote diretto di Noè. Questa notizia non ha dunque alcuna base nell’antichità classica: è un prodotto diretto della fabbrica anniana, filtrato poi attraverso gli eruditi locali dei secoli XVI–XVIII che, come accadde in moltissime altre città italiane, adottarono le genealogie bibliche di Annio per nobilitare le origini del proprio campanile. In sintesi: la figura di Gomer come (ri)fondatore di Brindisi è una tradizione tardo-umanistica priva di fondamento nelle fonti antiche. Nasce dallo Pseudo-Berosso fabbricato da Annio da Viterbo nel 1498, che costruiva per le città italiane genealogie bibliche post-diluviane collegandole ai figli e nipoti di Noè. La tradizione venne poi accolta dalla storiografia locale brindisina nei secoli successivi — un fenomeno documentato identicamente per decine di altre città italiane, da Viterbo a Luna (Luni) a Pontremoli.
Note a cura del prof. Giacomo Carito