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L’esodo degli albanesi

Marzo 1991

L’ondata rivoluzionaria nell’Europa Centrale ed Orientale, avviata nell’autunno del 1989 con il rovesciamento dei regimi comunisti avvenuta in maniera quasi sempre pacifica, nel giro di pochi mesi vede coinvolte in ordine Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania, una stagione denominata Autunno delle Nazioni che può ritenersi completata con la rinascita della democrazia e del multi-partitismo anche in Albania. Durante queste ultime vicende la città di Brindisi si trova a svolgere un’importante ruolo essenzialmente umanitario.

L'arrivo degli albanesi nel porto di Brindisi nel marzo del 1991 - ph. Damiano Tasco(C)
L’arrivo degli albanesi nel porto di Brindisi nel marzo del 1991 – ph. Damiano Tasco©

Nel 1990 il governo totalitario di Tirana è in forte crisi di consensi, viene contestato duramente in numerose manifestazioni popolari e oltre ottomila dissidenti chiedono asilo politico nelle ambasciate di alcune nazioni europee; la risposta governativa è aspra, alcune dimostrazioni vengono stroncate duramente dalla polizia ma allo stesso tempo si permette il trasferimento via mare a Brindisi ad oltre quattromilacinquecento ribelli.
La breccia è così aperta, il richiamo verso la libertà è forte, tanto che dal 28 febbraio all’8 marzo del 1991 oltre ventimila albanesi giungono a Brindisi su imbarcazioni di ogni tipo, mercantili e pescherecci malandati vengono presi dai porti albanesi sul quale gli esuli si accalcano e attraversano l’Adriatico in condizioni igienico-sanitarie molto precarie.
Non appena queste “carrette del mare” riescono ad attraccare sui moli del porto interno della città pugliese in molti sbarcano e si riversano per le vie del centro cittadino, è un flusso incontrollabile, nonostante le forze dell’ordine che cercano di tenere questi disperati in aree a loro destinate ed improvvisate, coadiuvati da tanti volontari che si adoperano senza sosta per aiutare e soccorrere i feriti, le donne ed i bambini, davvero numerosi. La popolazione locale anche se impreparata all’emergenza si prodiga offrendo abiti, cibo e aiuti alla folla di fuggiaschi errante per le strade o nei pressi degli ingressi delle proprie case.
E’ una vera e propria gara di solidarietà che parte spontaneamente alla vista di tanta gente affamata, coperta da abiti bagnati e laceri dopo una notte trascorsa sulle banchine e protetti dal freddo solo da teli in plastica. Esseri umani complessi nella loro spontaneità, sognanti davanti alle vetrine dei negozi, dei bar, che guardano gli italiani come ad un popolo di un mondo lontano, uomini e donne che sembrano esser giunti dal passato a rivelare una realtà antica e distante, invece contemporanea ed a pochi chilometri dalla nostra.

L'arrivo degli albanesi nel porto di Brindisi nel marzo del 1991 - ph. Damiano Tasco(C)
L’arrivo degli albanesi nel porto di Brindisi nel marzo del 1991 – ph. Damiano Tasco©

L’arrivo dei profughi continua anche nei giorni successivi mentre non giunge alcuna disposizione dal governo centrale, nessun aiuto, le autorità locali si sentono abbandonate e denunciano la situazione, che invece viene definita “sotto controllo” dai principali network italiani, che raccontano alla nazione la presenza “da giorni” di tende ed ospedali da campo, di militari e di sanitari.
In realtà la città resta isolata e non ha le strutture idonee e sufficienti per ospitare tutti questi profughi. Solo un migliaio trovano sistemazione nelle scuole, negli alberghi e persino nelle abitazioni private, tutti gli altri restano all’aperto per giorni interi. Solo la (riconosciuta) carità dei brindisini riesce in parte a fronteggiare l’emergenza.
La protezione civile e l’esercito giungono a Brindisi solo dopo il 9 marzo, quando, con lentezza, si iniziano a trasferire i profughi in centri di raccolta di altre località italiane.

Porto di Brindisi, marzo del 1991 - ph. Damiano Tasco(C)
Porto di Brindisi, marzo del 1991 – ph. Damiano Tasco©

Negli anni successivi il flusso dei profughi continua costantemente, i “viaggi della speranza” proseguono su imbarcazioni di ogni tipo, come gommoni, barchini, zattere, scafi, spesso in concomitanza con il trasporto di droga e di armi.

La malavita italiana ed albanese si organizza per sfruttare questi disperati, provenienti anche da altre zone dell’est europeo e dall’Asia, il breve tragitto tra le due sponde dell’Adriatico (Valona-Brindisi 55 miglia, Durazzo-Brindisi 75 miglia) diventa in breve tempo la via dell’intreccio affaristico-mafioso-politico legato al commercio di profughi e della prostituzione.
Tra gli esuli si mescolano anche teppisti e criminali.

Nel marzo del 1997 si ripete l’emergenza con l’arrivo di oltre ventimila profughi, un flusso definito “allarmante e incontrollabile”, un “esodo biblico”, che porta il dibattito politico contrapposto tra chi è aperto all’ospitalità a chi invece chiede l’intervento dell’esercito, persino con l’uso delle armi per “blindare l’Adriatico”. La Marina Militare è chiamata a presidiare le coste italo-albanesi per vigilare e dissuadere le partenze di imbarcazioni carichi di clandestini. Mentre l’Europa non riesce a decidere come intervenire in sostegno dell’Italia, la situazione peggiora: vi sono colpi d’arma da fuoco contro le navi e i militari italiani che cercano di sbarrare la strada ai pescherecci carichi di esuli. Violenza anche nei confronti di volontari e medici che sono costretti a rientrare in Italia. Pertanto si decide di adottare la “linea dura” intensificando il blocco navale.

La tragedia della Kater I Rades – 28 marzo 1997

In questo clima carico di polemiche e di tensione si verifica la drammatica vicenda nel canale d’Otranto del 28 marzo, un tragico Venerdì Santo che vede la collisione a 25 miglia dalla costa tra la corvetta “Sibilla” della Marina Militare italiana con la “Kater I Rades”, una motovedetta militare albanese in disuso sovraccarica di profughi diretta a Brindisi.
L’imbarcazione albanese in uscita dal porto di Valona viene intercettata dalla fregata “Zeffiro” che intima l’alt senza esito, la segue per un tratto di mare sino a lasciare il passo alla “Sibilla”. La corvetta insegue e gira intorno alla Kater che per sfuggire opera una serie di manovre, in questo modo è inevitabile l’impatto e il conseguente affondamento del battello albanese.

Il relitto della Kater I Rades recuperato, foto Mario Gioia
Il relitto della Kater I Rades recuperato, foto Mario Gioia
Il relitto della Kater I Rades recuperato, foto Mario Gioia
Il relitto della Kater I Rades recuperato, foto Mario Gioia

Muoiono 108 persone, tra loro molte donne e bambini, vengono ritrovati solo 57 corpi, 34 i superstiti.
L’ONU definisce “inspiegabile” la decisione italiana del blocco navale, l’ambasciata italiana in Norvegia viene assaltata al grido di “italiani assassini” mentre in Italia viene aperta un’inchiesta giudiziaria dal Tribunale di Brindisi, che porta anche al recupero dell’imbarcazione che giaceva a 800 metri di profondità, le operazioni si completano il 22 ottobre.
Se da una parte si difende l’operato degli ufficiali italiani, mentre per l’Osservatorio sui Balcani di Brindisi è stato “un atto premeditato di pirateria in acque internazionali, derivante dall’ordine di Roma di fermarli ad ogni costo. Fu dunque una strage di Stato”.

Il relitto della Kater I Rades sull'isola di Sant'Andrea di Brindisi
Il relitto della Kater I Rades sull’isola di Sant’Andrea di Brindisi

Il 29 giugno del 2011 la Corte d’Appello di Lecce ha condannato a tre anni e 10 mesi il comandante della vecchia motovedetta albanese “Kater I Rades”, Namik Xhaferi, e a due anni e 4 mesi il comandante della corvetta italiana “Sibilla”, Fabrizio Laudadio, che speronò accidentalmente la vecchia unità di fabbricazione russa.

Il relitto, che doveva essere demolito, è stato voluto dal comune di Otranto dove è stato trasformato in un’opera d’arte contemporanea dal titolo “L’Approdo. Opera all’Umanità Migrante”, realizzata dal noto scultore greco Costas Varostos. Sull’opera il regista brindisino Simone Salvemini ha realizzato il documentario “L’approdo delle anime migranti”, prodotto da La Kinebottega e sostenuto da Apulia Film Commission
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