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Brindisi durante il dominio di Venezia (1496-1509)
Note sparse a cura di Giacomo Carito
Il 10 aprile 1496 il governatore di Brindisi Priamo Contarini scrive al doge di Venezia per ragguagliarlo sull’avvenuta consegna della città da parte degli Aragonesi: “Espone di aver preso possesso di quel castello, con qualche difficoltà per parte del castellano creditore di rilevante importo, e con soddisfazione generale; aver fatto fare l’inventario; descrive il fabbricato. Dice che il commissario regio fece togliere alcune lombardella da galea per servizio del re; esso governatore non si oppose ma fece delle riserve. Descrive le fortificazioni e dà una statistica sommaria della città, si ferma sulle entrate di essa, e su ciò che ne può ricavare lo stato, specialmente dai sali; descrive i confini di quel territorio; aggiunge esservi tre fabbriche di saponi di genovesi e di albanesi, i prodotti delle quali si spediscono in gran parte a Costantinopoli e in Turchia, con danno di Venezia”. I saponifici, con ogni probabilità era nell’area su cui oggi insiste via Saponea.
Durante il dominio di Venezia su Brindisi (1496-1509) Filippo, Urbano e Donato Caracciolo si dimostrarono valenti uomini di mare al servizio della Serenissima; il primo, fratello del celebre predicatore fra’ Roberto Caracciolo, fu generale, gli altri due sopracomiti ossia comandanti di galee. La condotta di Urbano fu contestata e contrastata da Teodoro Fornari che ambiva ad analogo incarico. Il 23 maggio 1500 il governatore Giacomo Lion riferisce alla Signoria: “Urban Carazolo [Urbano Caracciolo], fo l’anno passato, si à portà mal, perhò hanno electo in loro conseio uno altro, qual è Todaro di Fornari [Teodoro Fornari], Seguì immediatamente la contestazione della nomina da parte di Urbano Caracciolo: “Da Brandizo, di Urbam Carazolo, fo sopracomito anno passato. Come si duol di non esser stå electo questo anno, e lui vol andar a servir la Signoria; à fato protesti al governador sier Jacomo Liom”. Alla fine sembra aver la meglio Fornari: “1,3,4 giugno 1500. di sier Jacomo Liom, governador. Zercha la galia si arma, lauda il soracomito (Teodoro Fornari); scrive mal di Urbam Carazolo, la qual galia è armata, e anderà via”. Presto, comunque Urbano ritornerà al comando di una galea: “Da Brandizo, di primo (gennaio 1501), dil governador. Come nel suo conseio sono electi 8 in sopracomito; et benché domino Urban Caracolo, stato mo do anni, havesse mancho balota, li parse di far lui fusse rimaso, perché è praticho, e armerà presto”. La galea veneziana di Brindisi era stata anche sotto il comando di Donato Caracciolo; questi il 12 luglio 1500 va a Venezia. Donato, “soracomito stato di la galia di Brandizo” esprime riserve sull’operato “di “sier Jacomo Lion, governadori”. Donato ebbe il comando di una galea ma non ebbe grande fortuna; il 3 ottobre 1502 “al Pyro [Pyrgos] scorse la galia di Brandizo, dil papa, sopracomito domino Donato Carazolo, qual si ruppe, e presi il sopracomito e li homeni, e menati tutti a la Valona; à mandato a dir al bassà, li rendi”. In realtà non fu resa libertà a Donato che l’11 gennaio 1503 si segnala “menato a la Porta” ossia a Costantinopoli. La carica era ambita, e valeva i rischi connessi, perché consentiva di esercitare, sotto un paravento legale, l’attività di pirateria.
Il 3 marzo 1503 giungono a Venezia, provenienti da Brindisi, molte sacre reliquie inviate da “sier Antonio da Canal governador di Brandizo”, le qual erano nel monastero di San Domenico di Durazzo “capitato in man dil Turcho, et portate li a Brandizo; et zonte in questa terra(Venezia) per una caravela patron sier Marco ditto Daro”. Queste erano le reliquie:
“Uno brazo di arzento con la mano di arzento, e dentro è lo brazo di San Matio apostolo.
Uno piele di arzento lavorato, con lo dito di San Domenico con uno anello con 5 pietre.
Uno tabernaculo di arzento, con arte di cristalo, con uno dente di San Dominico, con uno pezo di reliquia di Santa Veneranda.
Uno tabernacolo, parte di cristalo, e dentro è uno rosso di San Nicolò, con lo piede lama di arzento lavorato
Uno tabernacolo de cristalo lavorato, con la spina di Cristo.
Uno tabernaculo de ligno Lavorato, con certe reliquie de li Inocenti”
Gonzalo Fernández de Córdoba (1453–1515) Gran Capitano del regno di Napoli, scrivendo al precettore di Terra d’Otranto, il 26 giugno 1503, evidenzia la censurabile posizione assunta dall’arcivescovo di Brindisi, Roberto Piscicelli, in carica dal 1484, durante la guerra franco-spagnola per l’acquisizione del regno di Napoli, assumendo decisioni non favorevoli agli iberici. Conseguentemente, per ritorsione, il Gran Capitano ordina che il precettore sequestri tutte le entrate dell’arcivescovato di Brindisi e ne faccia accurato inventario scritto. Va rilevato che se la città di Brindisi era allora sotto il controllo veneziano, non lo era il resto dell’arcidiocesi, saldamente in mano agli spagnoli.
Il 16 novembre 1503, allorché Brindisi è sotto il controllo di Venezia, Girolamo Contarini “provedidor di l’armata” relaziona alla Serenissima su un condotto sotterraneo rinvenuto nel castello di terra. Presente il governatore Antonio da Canal, si calò per esplorarlo Matteo da Zara, capitano di ventura, con uno dei suoi uomini. Entrarono in una galleria per circa passi 18; “che prima tende verso la marina”, per poi piegare verso la terra ferma, non penetrando però le fondamenta della contrascarpa, e va stringendosi tanto “che in qualche loco appena posseano passar con le persone drete”, e trovarono che la volta di sopra “era da sé ruinata”. E “dubitando di esser coperti di la ruina” se avessero mosso quel tereno, non poterono procedere più avanti, “e veneno suso”, e deliberarono di far puntellare “dove è ruinato, e cavar il teren, con pensier di veder la fine dove termina”. Contarini propose, come poi probabilmente avvenne, di colmare la galleria”
Sempre Brindisi fu attenta nella conservazione dei privilegi concessigli in età aragonese ottenendone puntuale conferma anche nell’avvicendarsi di dinastie e governanti. Nel breve periodo del dominio veneziano non solo si ottenne conferma dei privilegi ma anche efficace difesa nel caso di contestazioni da parte degli organismi feudali vicini e lontani. Il 3 novembre 1503 la città informa la Serenissima che, per effetto dei privilegi “avanti erano fochi 300, et hora per gratia di la Signoria, mediante diti privilegj, sono più di 1300 fochi” ossia 1300 nuclei familiari … Erano da poco “venuti habitar e farsi citadini alcuni dil casal di San Vito”, i quali erano impiegati nel lavoro dei campi “et è bono per la cità”. Non lo era, al contrario, per “Missier Gofredo Palagano, baron di dito casal”, ossia San Vito che impediva a quanti si erano trasferiti a Brindisi di “extrar le loro robe da dito casal, ch’è contra li privilegj e il consueto; però si provedi, o farli ripresaja, over sia retenuto perché vien li et è citadin di Brandizo”: Di conseguenza chiedono che a Palagano non sia concesso il risiedere a Brindisi e tanto meno di potersi considerare suo cittadino e quindi godere degli annessi privilegi.
Il 1509 vide Venezia impegnata nella guerra contro la lega di Cambray. Sconfitta rovinosamente nella battaglia di Agnadello il 14 maggio di quell’anno, la Serenissima cedé a Ferdinando II, re d’Aragona e reggente di Castiglia il possesso di Brindisi e di altri porti pugliesi. Nel marzo 1509 a Piero Sagredo, trasferito a Trani, era succeduto Alvise Lion quale governatore di Brindisi; questi comunicava d’aver imbarcato alla volta di Venezia, “100 cavalli di stratioti su li marani” imbarcazioni adibite al trasporto di merci. Gli stratioti erano erano mercenari provenienti dai Balcani, in genere albanesi, che formavano unità militari di cavalleria. A maggio, pensando possibile un attacco degli spagnoli ai dani di Brindisi, si invia “una galia bastarda [tipo di galea piccola] … con 100 fanti, cussi richiesto da quel provedador, che dubita assai di spagnoli”. In giugno la Serenissima decide la cessione di Brindisi; sorprendente fu la risposta della cittadinanza che si dichiarò ostile alla cessione a Francia o Spagna e favorevole invece all’inclusione nell’impero ottomano: i brindisini “risposeno per niun muodo voler andar soto Spagna e mancho soto Franza, e voleano il turcho; e si li provedadori si voleano partir, andaseno a la bona horra, che lhoro sapevano ben quello habino a far; et dicitur hanno mandato soi oratori a la Vallona”. Ancora a fine giugno pare proseguissero le trattative per la volontaria dedizione di Brindisi alla Sublime Porta. Di lì a poco comunque Brindisi sarebbe stata da Venezia consegnata agli spagnoli; abbandonano la città il governatore Alvixe Lion, il castellano di terra Fantim Moro, il castelan “al scojo” Sebastian da Molim”, e il “saliner” Alvixe da cha’ da Pexaro. Nel porto già a luglio sono unità navali spagnole: 9 galee e 3 fuste; per le navi veneziane, sospettata di traghettare turchi da Valona, le acque di Brindisi erano ormai infide perché a continuo rischio d’arrembaggio e confisca.