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La difesa della costa. La costruzione di una torre: aspetti tecnici
di Gianluca Saponaro
- Le torri tipiche del regno sono generalmente di forma troncopiramidale, realizzate con murature a paramento interno verticale e all’esterno scarpate e con coronamento costituito da caditoie in controscarpa o a filo di scarpa, di numero variabile;
- La costruzione della torre era affidata ad un capomastro con un contratto in cui erano definiti i parametri costruttivi e le modalità di pagamento;
- Il costruttore poteva cavare pietre da costruzione e da calce dove voleva e a titolo gratuito: lungo i nostri litorali si notano ancora degli scogli squadrati, tagliati, erano proprio le cave da dove venivano ricavati i blocchi, esempi, a S. Sabina, Torre Guaceto, Punta Penne, la Sciaia;
- Veniva imposto di usare acqua dolce, dato che si era osservato che una delle cause del deterioramento era l’utilizzo di acqua e sabbia di mare. Ma molto spesso, furbescamente il capomastro utilizzava l’acqua marina per impastare la malta e questo determinava la rapida erosione delle mura, una delle più frequenti cause della perdita di gran parte di questi monumenti: addirittura Torre Mozza ad Ugento, fu così detta perché crollò più volte e pochissimo tempo dopo la sua costruzione;
- La torre doveva avere un solido piano di fondazione, con palificate nel caso di terreni cedevoli. Nel terrapieno a piano terra era prevista la costruzione della cisterna, della quale erano minuziosamente indicate nel capitolato dimensioni e modalità costruttive: filari di conci di tufo regolarmente squadrati regolarmente squadrati per le pareti e la volta, da rivestirsi con intonaco rustico. Una canalizzazione ricavata nello spessore della muratura vi faceva giungere dal lastrico del terrazzo le acque piovane;
- La copertura della cisterna sosteneva il vano abitabile della torre; talvolta, se la base della torre non era a terrapieno e la cisterna era realizzata completamente interrata, al livello del terreno si trovava un altro vano, l’accesso al quale era garantito dal piano superiore tramite una scala detraibile, ma questa era una scelta meno frequente;
- La torre era divisa in due piani: il primo piano, senza finestre era posto sopra la cisterna, e veniva usato come deposito viveri e munizioni e la presenza di una macina garantiva un’autosufficienza alimentare; nel secondo piano, raggiungibile con una scala esterna, vi sono le stanze per dormire ed un camino per segnalare, con cortine fumogene, gli eventuali attacchi, questo vano fungeva anche da soggiorno e pranzo;
- Ingresso sopraelevato da tre a cinque metri dal piano di campagna, cui si accedeva per mezzo di una scala in legno o a corda retraibile all’occorrenza; le scale monumentali che si vedono oggi sono frutto di adattamenti successivi;
- Al terrazzo si accedeva per mezzo di una gradinata ricavata nello spessore della muratura, preferibilmente sul lato a monte, meno esposto ad eventuali attacchi provenienti dal mare;
- La porta d’ingresso (così come qualsiasi altra apertura) doveva essere protetta da una caditoia posta perpendicolarmente e da altre due altre laterali. Fra una caditoia e l’altra bisognava inserire un archibugiera. Le caditotoie, di numero variabile, solitamente da sette a nove, dovevano essere in grado di proteggere l’intero perimetro della torre;
- L’appaltatore (partitario) dei lavori per la costruzione di una o più torri doveva rilasciare una garanzia (plegeria) alla Regia Corte rappresentata dal Percettore provinciale, che veniva assicurata da fideiussori (plegi) solvibili, che erano quasi sempre “soci” del partitario, ma non necessariamente persone del mestiere.
- Il capitolato prevedeva anche le modalità di pagamento, sulla base degli stati di avanzamento dei lavori; in teoria, a scadenze prefissate, si doveva procedere a “canneggiare” l’edificio, cioè a misurare quanto costruito, questo però non accadeva mai e le verifiche delle misure si compivano soltanto al termine della costruzione; poteva essere accaduto anche che il capomastro avesse ceduto il suo contratto subalpattandolo ad altri.
Spesso, per difficoltà economiche del governo centrale, per frodi o incapacità da parte dei costruttori, l’edificazione procedeva a rilento e, nonostante qualche “garanzia” della solidità della costruzione per almeno tre anni, molte crollavano prima che fossero terminate o poco dopo, per mancanza di una costante manutenzione.
Così nel 1590, su 339 torri previste ben 171 risultavano in rovina, e spesso si approfittava di periodo di stasi dei lavori per fare razzia di materiali. Questo andamento altalenante nella realizzazione del programma difensivo costiero trovò nuova linfa con l’imposizione di nuove tassazioni.
Comunque alla fine del XVI secolo si era molto lontani dall’aver realizzato un reale sistema di avvistamento costiero. L’intera opera di difesa poteva dirsi conclusa solo nel 1748, allora nel Regno di Napoli si contavano 379 torri delle quali 131 in Puglia (25 in Capitanata, 16 in Terra di Bari e 80 in Terra d’Otranto).
Attualmente nel Salento ne sono rimaste circa 60.
Le armi, le artiglierie
Le torri avevano pianta quadrangolare proprio per posizionare l’artiglieria sui quattro fronti, infatti ne erano usati di diversi tipi:
- l’Alabarda, tipo di ascia da combattimento a punta, tagliente da entrambi i lati;
- le Balestre, molto antiquate;
- gli Archibugi, tipo di fucile leggero;
- il Bastardo, pezzo di artiglieria che non rispettava le proporzioni ordinarie;
- la Colubrina, si indicavano quei pezzi di artiglieria che risultavano più lunghe dei corrispondenti cannoni;
- Il Moschetto, il più piccolo pezzo di artiglieria che venne a sostituire progressivamente il più antiquato archibugio;
- la Spingarda, Il Falcone ed il Falconetto erano pezzi d’artiglieria che lanciavano palle di pietra.
- Il Sagro ed il mezzo Sagro, pezzo di artiglieria molto utilizzato nel ‘500 e ‘600;
- Mortaretti, una sorta di fuochi d’artificio.
I sistemi di difesa
- Difesa “Piombante” si usava lanciare dei sassi, sostanze infiammate, liquidi bollenti o con le armi attraverso le caditoie che servivano anche per far defluire l’acqua;
- Difesa a “Tiro ficcante” tipica difesa con le piccole armi da fuoco, pistole di piccolo e medio calibro e con l’utilizzo anche della balestra;
- Difesa a “Tiro radente”, questo tipo di difesa veniva realizzato con delle armi da fuoco che venivano poste in un locale detto casamatta con varie feritoie o troniere, dove venivano piazzate le armi da fuoco caricate a mitraglia, cioè con pezzi di ferro, chiodi, catene e tutte quello che poteva servire per spazzare via eventuali assalitori in linea orizzontale;
- Difesa a “Tiro angolato”, questo tipo di difesa si effettuava con armi pesanti che venivano piazzate sopra i tetti delle torri e che avevano bisogno di una angolazione per colpire il bersaglio che si trovava ad una certa distanza.
L’equipaggiamento
- Oltre alle armi personali e a quelle poste sopra i tetti, le torri ed i torrieri disponevano di fascine di legna o di stoppie per le segnalazioni notturne comunemente dette fani. Il numero di fiaccole accese corrispondevano alle imbarcazioni nemiche o amiche avvistate;
- Vecchie gomene (corde per l’attracco delle navi) che venivano accese durante il giorno per segnalare con il fumo l’eventuale avvicinarsi di navi nemiche o amiche;
- Il carbone veniva usato per riscaldarsi nei giorni di freddo eccessivo e di grande umidità;
- Alcune delle torri di maggiore importanza, per la dimensione e il posto dove erano costruite, venivano dotate anche di cannocchiali;
- Altri modi di comunicare un allarme potevano essere acustici, con campane, corni, o, dopo l’introduzione delle artiglierie, con lo sparo di cannoncini;
- Un altro interessantissimo strumento in dotazione ai torrieri era la “brogna” una comunissima conchiglia di grosse dimensione che con il suo suono serviva ad avvisare le genti nei pressi della torre dell’approssimarsi di un nemico.
Ma in realtà, se anche le torri più importanti erano provviste di bocche da fuoco leggere, la disponibilità di armamenti era spesso molto scarsa, mancavano le munizioni e la difesa veniva affidata ad archibugi e moschetti, la cui efficacia, soprattutto nella difesa ravvicinata era scarsa o nulla. Quindi per i pirati costituivano uno scarso deterrente. Le incursioni lungo le coste, infatti, non diminuirono, le cronache del tempo ne parlano diffusamente: per esempio nel XVII secolo Maruggio e Torchiarolo vennero saccheggiate; anche a Brindisi nel 1676, per ben due volte, e curiosamente i pirati turchi sbarcarono proprio nella zona di Punta Penne. Questi avvenimenti evidenziano così l’inefficienza del sistema difensivo e paradossalmente spesso gli sbarchi avvenivano proprio vicino alle torri!
Classificazione
Le strutture difensive possono essere raggruppate in otto tipi diversi:
- Torri Tipiche del Regno: a base quadrata, tronco piramidali, con tre o più caditoie in controscarpa per lato. A loro volta possono esserw suddivise in piccole medie e grandi;
- Torri Troncopiramidali a base quadrata con tre o più caditoie a filo scarpa;
- Torri Troncopiramidali a base quadrata con nessuna caditoia visibile, c’è da dire però che in origine è probabile la loro presenza, poi crollate;
- Torri della “serie di Nardò” o “tipo masseria”: a base quadrata tronco piramidale, cornice toriforme marcapiano che divide la parete verticale da quella a scarpa, sono le più grandi perché utilizzate come sedi di comando, stipare merci e radunare uomini;
- Torri a pianta circolare: suddivisibili a loro volta in grandi, medie e piccole sono tipiche dei periodi precedenti l’editto del 1563;
- Torri a base quadrata, con caratteristiche atipiche: ad esempio senza basamento a scarpa o in materiale differente come Torre Mattoni sul fiume Bradano;
- Torri ottagonali, a forma di stella dette anche a cappello di prete: è il caso, per esempio, di Torre S. Giovanni Marittima ad Ugento, Torre Santa Sabina vicino Carovigno, o Torre S. Pietro in Bevagna vicino Manduria;
- Ci sarebbero anche Torri non riconosciute, che non possono essere ascrivibili ad alcuna tipologia in quanto presentano caratteri architettonici non uniformi e abbastanza variegati. Un esempio è costituito da Torre Fiume a S. Maria al Bagno.
Dal XVIII al XX secolo
Tra il XVIII e XX secolo le torri hanno subito trasformazioni, alcune abbattute, altre cedute a privati. Furono anche utilizzate per l’isolamento degli infetti durante le epidemie, specie nel XVIII secolo, quale cordone sanitario. Le coste inoltre si arricchirono con la costruzione dei fari. Nel XX secolo ed in particolare tra le due guerre mondiali entrarono a far parte del sistema difensivo dello Stato Italiano, con la costruzione nelle vicinanze di batterie militari, casematte, rifugi, polveriere per esempio sul litorale di Brindisi vi era il cosiddetto “Cerchio di Fuoco” come fu retoricamente denominato dal regime, che doveva difendere la città ed il territorio circostante.
Attualmente le condizioni di queste sentinelle è molto variegata, alcune restaurate per strutture ricettive turistiche, abitazioni private, altre ancora utilizzate come sedi dei comandi locali delle forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza; ma la maggior parte sono completamente abbandonate, diroccate a causa dell’azione dei venti, del mare, dell’uomo e vicine al crollo.
Riferimenti bibliografici
- R. Caprara, Le torri di avvistamento anticorsare nel paesaggio costiero; in La Puglia ed il Mare, a cura di D. Fonseca, Milano, 1988.
- M. Cati – F. Pontrelli, Sentinelle di pietra: le torri costiere nel brindisino; in Dal mare… verso il mare, Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Brindisi, Brindisi, 2005.
- V. Faglia, Censimento delle torri costiere nella provincia di Terra d’Otranto, Roma, 1978.
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- G. Carito, Brindisi: Nuova Guida, Brindisi, 1993.
- G. Carito – P. Bolognini, La Guida di Brindisi, Capone Editore, 1995.
- AA. VV., Castelli torri ed opere fortificate di Puglia, a cura di R. De Vita, Bari 1974.
- F. Ascoli, La Storia di Brindisi scritta da un marino, Rimini, 1886.
- G. Roma, 200 pagine di Storia Brindisina nella Millenaria Tradizione del Cavallo Parato, Brindisi, 1969.
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- G. Maddalena – F. P. Tarantino, Delle insegne che ancora veggonsi nella città di Brindisi, Editrice Alfeo, 1989.
- R. Alaggio, Brindisi medievale. Natura, santi e sovrani in una città di frontiera, Editoriale Scientifica, 2009.