Brindisi Virtual Tour
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Brindisi, cronologia storica
Dal 1200 al 1499
1212
Dal porto di Brindisi partì anche l’esercito dei bambini, una sorta di crociata organizzata da un dodicenne predicatore, il pastorello tedesco Nicholas, che era riuscito a convincere e raggruppare 8.000 coetanei. (scheda sul movimento crociato a Brindisi)
1222
Federico II si incontra a Brindisi con Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme.
1223
Il pontefice Onorio III (1216-1227) non risparmiò alcuno sforzo per garantire il successo della spedizione in Terra Santa volta alla riconquista di Gerusalemme. Il 13 maggio 1223 incaricò il capitolo della cattedrale di Brindisi di proclamare pubblicamente la scomunica subita da Teodoro Angelo Comneno Ducas, despota d’Epiro dal 1215 al 1227 e poi imperatore dello stesso Epiro dal 1227 al 1230, a causa del suo impegno militare contro il regno di Tessalonica. Il clero brindisino dovette minacciare di scomunica tutti i mercanti e mercenari latini che frequentavano la corte di Teodoro per interrompere i suoi rifornimenti di uomini e materiali. La misura sembra essere priva di vigore, perché secondo un cronista bizantino nel 1230 l’esercito epirota contava ancora molti “italiani” tra le sue fila. Del resto il 1224 Teodoro si impadronì di Tessalonica e il regno fu annesso al despotato d’Epiro. Il 1225 i figli di Bonifacio del Monferrato, Demetrio e Guglielmo VI organizzarono una crociata di riconquista del regno di Tessalonica. Partiti dal porto di Brindisi sbarcarono sulle coste greche nei pressi del porto di Halmiros, ma causa un’epidemia di dissenteria, l’esercito monferrino si disperse: Guglielmo VI morì sul posto mentre Demetrio fece rientro in Italia.1
1225
Federico II si unisce in matrimonio nella Cattedrale di Brindisi con Isabella, figlia del re di Gerusalemme (scheda).
1227-28
Federico II prepara a Brindisi la VI crociata (scheda).
Nell’agosto del 1127 si manifesta la peste, che si diffonde in Europa per i pellegrini che fuggono dai lazzaretti e ospedali della città.
1239-40
In età sveva il problema costituito dai pirati slavi attirò la personale attenzione dell’imperatore Federico II. Il 10 ottobre 1239 l’imperatore scrisse a Tommaso di Brindisi: “Per quanto riguarda gli arcieri slavi che avevate armato con altre nostre galee contro i pirati, vi lodiamo vivamente e siamo lieti che i pirati catturati in quell’occasione siano stati trasferiti nella città di Melfi”. L’anno successivo scrivendo a Nicola Spinola ammiraglio del regno di base a Brindisi, approvava quanto disposto appunto da Spinola: “Riguardo agli slavi che non temono di praticare la pirateria nelle regioni della Puglia e che, sotto le spoglie di mercanti, arrecano danno ai nostri fedeli, sia alle persone che alle cose; per questo motivo avete scritto che è bene che tutta la Sclavonia venga pubblicamente bandita, in modo che i covi di quei pirati siano bloccati più rigorosamente a tutela dei mercanti pacifici. Ci fa piacere che facciate ciò. Tuttavia, come avete scritto, dovreste comunque dotare le regioni della Puglia di alcuni mezzi armati, quando lo riterrete opportuno, per la protezione di tali territori. In ogni caso, procederete in ogni cosa come meglio credete per il nostro bene”. La memoria popolare vive del ricordo dei turchi ma in realtà sul lungo periodo in Adriatico il pericolo maggiore è stato costituito sin dall’età romana dai pirati con base in Dalmazia.
1242
I veneziani scorsero con successo sulle coste molisane e pugliesi. Riuscirono a entrare nel porto di Brindisi e a dar battaglia alle unità della flotta imperiale che erano alla fonda. Scrive un cronista veneziano: “E avendo l’Imperadore preso in una battaglia Pietro Tiepolo figliuolo del Doge, ch’era Podestà di Milano, il quale mandò a Pisa, poi nella Puglia, dove miserabilmente il fece morire, inteso questo i Veneziani, a requisizione del Papa, fu determinato di fare armata, e d’andare a’ danni del la Puglia, ch’era sotto il predetto Imperadore. E armate Galere 25. Capitano Giovanni Tiepolo figliuolo del Doge, quell’armata andata in Puglia prese Termole, Campomarino, e Bestize, e quelle saccheggiò, rovinandole guastandole. E venuta a Brindisi, ivi prese una nave del detto Imperadore, sulla quale erano da mille uomini armati, e quella abbrugiarono. Dipoi venuto il detto Imperadore a Padova, il Papa scomunicò lui e tutti coloro che il seguivano, come nimico di Santa Chiesa”.1
1257
Dopo un primo tentativo, Manfredi assedia la città e la conquista.
Negli anni successivi lotte tra guelfi (pro-angioini) e ghibellini (pro-svevi)
1261
Fu imposta a Brindisi una collecta per maleficiis clandestinis (crimini segreti), per la distribuzione del nuovo denaro e per il sostegno della flotta reale. La portata e il tipo dei ‘crimini segreti’ commessi per i quali fu imposta una collecta alla città rimangono poco chiari e non sono facilmente databili. Brindisi fu coinvolta in una rivolta significativa dal 1254 al 1257 circa e sembrò allora istituire una comunità autonoma posta sotto l’autorità di papa Alessandro IV. Tuttavia, il primo testimone dell’inchiesta data la collecta al tempo dell’ex imperatore fino alla sua morte e chiama quell’imperatore il padre del re, cioè Federico II, il padre di Manfredi. L’evento quindi è chiaramente accaduto durante il regno di Federico II, sebbene non vi siano prove più chiare su quando ciò possa essere accaduto specificamente. Un testimone, tuttavia, nell’inchiesta del 1261, il Magister Johannes de Bisuntio, menzionò di essere sia un civis che un esattore della multa monetaria imposta agli abitanti del quartiere brindisino di Santa’Eufemia per un certo crimine segreto perpetrato al tempo del nostro signore imperatore, vale a dire riguardo alla morte del figlio di Giovanni Gattus. Quest’ultimo individuo non è altrimenti attestato, mentre l’ulteriore riferimento a un pagamento pro-rata potrebbe suggerire che diversi quartieri di Brindisi fossero tenuti a contribuire in modo diverso alla multa. In effetti, altri testimoni riferiscono che la collecta fu imposta alla città nel suo insieme per crimini segreti commessi a Brindisi, il che implica che l’esborso non era limitato a un solo quartiere. Il desiderio del Capitolo e dei chierici di essere esenti dimostra ulteriormente quanto questo evento, le sue punizioni e gli oneri finanziari connessi, potessero impattare sull’economia cittadina.1
1264
Lo sviluppo di Brindisi in età angioina è attestato anche dall’incremento nel numero delle annuali fiere. La fiera in onore di San Leucio è attestata dal 1264; durava otto giorni tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Successivamente il re Roberto d’Angiò concesse il permesso per altre due fiere brindisine di otto giorni, una sessanta giorni dopo Pasqua (in coincidenza con la ricorrenza del Corpus Domini) davanti alla cattedrale e l’altra sei mesi dopo nella festa di Sant’Antonio Abate. Le fiere coincidono con importanti ricorrenze religiose; la mancanza di un riferimento a san Teodoro conferma il tardo affermarsi del culto verso quello che poi diverrà il principale protettore della città.1
1275 – 1278
Il brindisino Pasquale Faccirosso lascia una grossa somma testamentaria al fine di costruire una torre a Capo Cavallo, punto di approdo nel 1250, secondo la tradizione, della nave di Luigi IX nel 1250 (scheda). Le somme si esauriscono senza che la torre venga costruita.
Il re Carlo I d’Angiò si adopera personalmente alla costruzione della torre, che però ancora in fase di costruzione cade (1278). Si ordina di ricostruirla dalle fondamenta.
1282
Carlo d’Angiò raduna a Brindisi la flotta per la conquista di Costantinopoli. Deve però portarsi in Sicilia per la secessione degli isolano. Il re, che aveva provveduto ai bisogni del porto e della sua difesa, muore nel 1285.
Narjaud de Toucy era uomo di fiducia del re Carlo I d’Angiò. “Poichè venne nuova che il Paleologo avea spedito il suo figliuolo con una formidabile flotta a danno del Reame, Narjaud nel 3 del seguente mese di novembre ricevè ordine di rimanere in Terra di Otranto e particolarmente a Brindisi per guardare e difendere da’ nemici tutte le navi che stavano in que’ mari; e nello stesso tempo il re in sua vece nominò il milite Guido de Termulay in balio e Vicario di Acaia; ed a lui. ordinò di subito spedire a Durazzo armati a difesa di quella città , in cui stava a Capitano il milite Giovanni Scotto regio consigliere e familiare. Nel 26 di aprile del 1283 re Carlo gli ordinò che unitamente ad Ugo conte di Brienne e di Lecce ed a Gazzo Echinard capitani delle regie navi di Puglia e di Abruzzo, si trovasse con tutte le navi nel porto di Reggio per il giorno 20 del prossimo mese di maggio, e di avvertirlo subito in quale giorno partirebbero da Brindisi; e che l’Echinard si facesse consegnare le armi necessarie per le navi, dall’artigliere Pierotto, che le custodiva nel castello di Brindisi”. Il testo di Camillo Minieri Riccio offre uno spaccato storico straordinario che illustra perfettamente il ruolo cruciale di Brindisi come avamposto strategico e militare del Regno angioino nel Mediterraneo, in particolare durante la delicata fase successiva ai Vespri Siciliani (1282). Il porto brindisino non è solo un punto di passaggio, ma una vera e propria base logistica e militare. L’ordine a Narjaud de Toucy di difendere le navi “in que’ mari” evidenzia come Brindisi fosse il fulcro della difesa adriatica contro la minaccia bizantina dell’imperatore Michele VIII Paleologo (o del successore Andronico II). Il testo mostra l’intricata rete geopolitica angioina. Brindisi funge da ponte diretto con l’altra sponda dell’Adriatico: da qui si coordinano i soccorsi per Durazzo (caposaldo angioino in Albania affidato a Giovanni Scotto) e si gestisce il vicariato d’Acaia (in Grecia), affidato a Guido de Termulay per sostituire Narjaud impegnato al fronte. L’ordine dell’aprile 1283, che impone una concentrazione di forze a Reggio Calabria insieme a figure di primo piano come Ugo di Brienne, svela i dettagli della burocrazia militare dell’epoca. Di grande interesse è la menzione del Castello di Brindisi non solo come fortezza, ma come arsenale e deposito d’armi, gestito da una figura specifica: l’artigliere Pierotto. Brindisi emerge come il cuore pulsante della logistica militare di Carlo I d’Angiò, vitale per difendere i confini del Regno e proiettare il potere angioino verso l’Oriente.1
1298
Gli aragonesi, con Ruggiero di Loria, stringono d’assedio la città, ponendosi sulle colline di Ponte Grande (nei pressi del canale Cillarese). I francesi, con Goffredo Gianvilla, oppongono resistenza ed attaccano il campo. Ruggiero e Goffredo sono attori di un memorabile duello proprio sul ponte grande.
1301
Il re Carlo II promuove il restauro del porto, il rifacimento delle torri alla sulla sua foce, e nel 1305 potenzia l’arsenale dove verranno costruite le navi della sua flotta.
1320
I cavalieri di San Giovanni costruiscono una chiesa con annesso albergo, i cui resti sono visibili nell’attuale Casa del Turista (scheda).
1322
Filippo principe di Taranto e la moglie Caterina di Courtenay, figlia dell’imperatore di Costantinopoli, promuovono l’edificazione della chiesa di Santa Maria al Casale (scheda).
Viene conclusa anche la costruzione della chiesa di San Paolo Eremita (scheda), affidata ai francescani.
1337
Durante la sua permanenza a Brindisi, l’arcivescovo Guglielmo, conventuale francescano originario di Civitella del Tronto nonchè eminente personaggio della famiglia De Savola, il 5 febbraio 1337 controversia con Roberto principe di Taranto con multa pecuniaria inflitta “a frate Guglielmo da Civitella, arcivescovo di Brindisi, e per lui al suo vicario Tommaso da Montorio, per aver venduto il sale nelle sue saline senz’aver pagati i diritti fiscali”. Sulle saline frequenti erano le controversie essendo contestata la loro natura demaniale. Guglielmo comunque ebbe per il resto buoni rapporti col principe che risolse a favore del presule la lunga controversia relativa al casale di Principato.
1346 – 1348
Feroci lotte tra partiti legati alle famiglie Ripa e Cavalerio (scheda). La città si impoverisce con queste discordie civili e dallo stato di anarchia. Aggrava la situazione la peste.
1353
Gualtieri VI, duca di Atene e conte di Lecce, cerca di impadronirsi della città. Viene respinto grazie all’intervento di Roberto, principe di Taranto. La città è unita al principato di Taranto. Alla morte del principe, 1364, la città torna sotto il controllo della corona.
Devastante fu la guerra avvenuta tra il 1347 e il 1352 all’indomani della discesa di Luigi I d’Ungheria nel Regno di Napoli. Voleva Luigi vendicare in tal modo la morte del fratello Andrea che si diceva ucciso per volere della moglie, la regina Giovanna di Napoli. Molti furono i danni subiti allora da Brindisi come si ricava da due documenti, già nel civico archivio cittadino, datati 1353. Col primo Roberto Principe di Taranto rimette e dona ai Cittadini di Brindisi cento once di oro residuali delle Collette dovute alla Curia del suo Principato a causa della povertà a cui erano stati ridotti dalla invasione nemica per la fedeltà serbata verso di esso Principe e della Regina. Col secondo ancora “Roberto Principe di Taranto rilascia a tempo indeterminato ai cittadini di Brindisi la terza parte della sovvenzione generale di cui si trovavano tassati, e ciò per la miseria a cui erano ridotti a causa delle guerre e delle incursioni dei nemici”.1
1359
Un documento di quell’anno, già nel civico archivio di Brindisi, informava sulla ricorrente calamità costituita dal proliferare dei bruchi con gravissimi danni per l’agricoltura: “Crescendo il rumore sulla venuta di forze nemiche nel Regno di Sicilia al di qua del Faro, il Conte di Tricarico provvide per la riparazione delle mura di Brindisi, e delle cinquecento once di oro necessarie per la riparazione, dispose che cento dovessero contribuirsi dai cittadini di Brindisi, ed il resto della somma dovesse cavarsi dall’erario del Principe. Siccome però pel flagello dei bruchi la Città era ridotta all’estrema miseria, Roberto Principe di Taranto comanda ai suoi Ufficiali che soprassiedano dall’esazione della detta quantità di moneta e dal proseguimento delle fortificazioni”.1
1381
Il comune di Ragusa organizzò il trasporto del sale da Brindisi e nei documenti relativi si accenna anche al sindaco comunale che era stato mandato per l’acquisto. Il motivo per cui il comune raguseo molto spesso mandava i suoi sindaci a Brindisi, si può cercare anche nelle più vaste possibilità di offerta, che questa città offriva con la presenza di mercanti d’ogni parte d’Italia.
Quello stesso anno in Brindisi c’era carenza di medici. Per sopperire a tale inconveniente gli abitanti della città di Brindisi, “mancando nella loro città un Medico Chirurgo, e Maestro Pietro figlio di Maestro Giovanni il quale esercitava l’una e l’altra professione (la Fisica e la Cerusica) non potendo attendere alla cura di tutti gl’ infermi, domandano al re Carlo III di accordar licenza a Maestro Giovanni, del fu Maestro Ginuzio, di potere esercitare l’ufficio di Cerusico, e che commettesse l’esame dello stesso al predetto Maestro Pietro, essendo impotente il medesimo a recarsi ai piedi della Maestà Sua”. Era infatti a Napoli riservata competenza relativa all’accertamento di reali capacità professionali.
1383 – 1386
Luigi d’Angiò saccheggia Brindisi.
Raimondo del Balzo Orsini, principe di Taranto, riesce a diventare signore della città.
1407
Il re Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo (Napoli, 15 febbraio 1377 – Napoli, 6 agosto 1414), emise tre provvedimenti a vantaggio della città di Brindisi. Ladislao, “avuto riguardo allo stato della Città di Brindisi rovinata e depressa dal turbine delle passate guerre a cagione dei meriti di cittadini verso della sua persona, rimette loro per tutto il prossimo sessennio tutte le sovvenzioni, sussidi, collette, tasse, focolari, e qualunque altro peso”. Con una seconda disposizione il re “ordina, che l’Università e Cittadini di Brindisi scelgano ogni anno fra di loro una persona proba per Maestro Giurato, e che nessun cittadino o abitante della medesima Città possa essere Capitano, Giudice, o Notajo di atti”. Con un terzo decreto il sovrano “conferma all’Università e Cittadini di Brindisi, suoi fedeli, pei vari danni sofferti nelle loro persone e nelle loro sostanze, tutte le Consuetudini, Ordinazioni e Capitoli osservati nella detta Città, ed anche le Immunità, Privilegi, e Grazie alla detta Università concesse dai suoi predecessori”.
I provvedimenti posti in essere dal re sono eloquente spia delle difficoltà economiche che la città attraversa in quel periodo e che culmineranno, l’anno successivo nell’uccisione in Brindisi del regio capitano Percivalle Minutolo. L’omicidio si deve alle vessazioni da questo operate a danno dei cittadini. Anche in questo caso il re Ladislao mostrò comprensione per le ragioni dei brindisini. In un documento dell’archivio civico della città (oggi non in Brindisi) il sovrano “rescrive ai Brindisini sulle enormi ed indebite vessazioni fatte loro soffrire dal di loro Capitano Percivallo Minutolo, dalle quali sentendosi oppressa la plebe l’aveva ucciso con alcuni altri, che egli non approva un tale atto; ma promette di agire verso di loro con moderazione e clemenza, e gli ammonisce che abusando della sua indulgenza non commettano simili atti per l’avvenire. Comanda finalmente che ubbidiscano al Luogotenente del Vicegerente della Provincia finché non sia spedito loro un nuovo Capitano”.1
1420 – 1450
L’esercito di Luigi III d’Angiò assalta la città. La regina Giovanna II concede ampi privilegi per la fedeltà.
Giovanni dei Balzo Orsini durante l’inverno del 1434 entra in città costringendo la fuga degli occupanti. Nel 1450 per paura dell’attacco via mare dei veneziani ed aragonesi, ostruisce la foce affondandovi una nave carica di pietre. Il principe muore nel 1463 e la città torna demaniale con il re Ferdinando.
1456
Un forte terremoto colpisce tutto il Regno di Napoli, in particolare la città di Brindisi subisce grossi danni e numerosi morti, tanto che rimase quasi disabitata (scheda).
1463 – 1465
Il re Ferdinando, noto semplicemente come Ferrante, vara diversi provvedimenti finalizzati al ripopolamento della città
Nel dicembre del 1463 il comune di Brindisi fece richiesta a re Ferrante: “gli chiese, considerato il beneficio che ricavava dalla fabbricazione di sapone, di vietare che in Terra d’Otranto «se possa laborare né fare saponera de sapone bianchi altrove che in la dicta cità de Brindisi”. Abbiamo di fronte, come rileva Davide Morra “un evidente tentativo di bloccare la concorrenza in altre località e polarizzare le attività di produzione del sapone, avvalendosi del favore del potere regio. Il re, in quest’occasione, placitò, ma non si può escludere che ciò fosse dovuto al frangente particolare e al fatto che Brindisi lamentava estrema povertà e spopolamento. Già nel 1465 la richiesta venne reiterata e la risposta del re fu più problematica, perché rimandò a ciò che «alias circa hoc per suam maiestatem ordinatum est» e noi non sappiamo a cosa ci si riferisse di preciso. Un ulteriore privilegio con capitoli del 1466 conferma che i desiderata di Brindisi su questo fronte erano disattesi. L’università chiese l’osservanza dell’esclusiva sulle manifatture di sapone in Terra d’Otranto, ma proprio a partire da un episodio di violazione della stessa da parte del re in persona, che aveva approvato la creazione di una nuova saponiera a Gallipoli. L’esito della vicenda traspare con chiarezza dall’ennesima petizione al sovrano, datata all’anno successivo. Il comune stavolta lamentò che un mercante fiorentino e uno genovese, attivi nella produzione di sapone in città, si erano resi conto che la dogana regia, «ho per stranieza de dohaneri, ho per quale altra caione si sia», li trattava peggio a Brindisi di quanto fossero trattati alcuni concorrenti genovesi a Gallipoli. A questo punto la richiesta non era più il monopolio della produzione, ma che le condizioni fiscali fossero paritarie. E a questo il re poté acconsentire”.1
1472
Il pontefice Sisto IV promosse una spedizione contro i turchi allestendo 20 galere. Il 28 maggio 1472 il papa diede la sua personale benedizione al cardinale Oliviero Carafa, comandante in capo della flotta che, salpata da Ostia, si diresse a Brindisi ove si riunì con navi di Venezia e Napoli. La flotta così assemblata, facendo base a Brindisi, compì una serie d’incursioni sulle coste ottomane spingendosi sino in Asia minore, seminando tuttavia, per quel che riferiscono i cronisti coevi, più terrore nelle popolazioni rivierasche che danni effettivi all’impero ottomano. Al ritorno in Roma, nel gennaio 1473, il cardinal Carafa celebrò un vero e proprio trionfo. Si trattò, in certo senso, di una renovatio imperii: da Roma muove una spedizione verso levante facendo capo a Brindisi e al rientro il generale vittorioso celebra il suo trionfo ovviamente cristianizzato. Il rendimento di grazie dagli dei dell’Olimo si sposta al Dio della buona novella.1
1480 – 1484
I turchi sbarcano ad Otranto, ma Brindisi resiste. Quattro anni dopo viene respinto l’assalto dei veneziani, sbarcati a Guaceto, che saccheggiano Carovigno e San Vito.
Ha scritto Vito Bianchi, nel suo ottimo e documentato saggio Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista (Roma-Bari: Laterza, 2018), che una brillante operazione navale, facendo riferimento a Brindisi, fu condotta a danno dei turchi durante la guerra d’Otranto (1480-1481). Il 1481, si conobbe Il proposito ottomano di trasferire a Valona l’enorme tesoro accumulato nel saccheggio di Otranto e di varie contrade salentine, “confermato dai ragguagli di spie e infiltrati, prodighi di dettagli sul viaggio che Gedik Ahmed Pascià avrebbe intrapreso per mettere al sicuro schiavi e bottino”. Gli Aragona pensarono a una sortita, “da affidare alla loro ancor integra marineria, ormeggiata a Brindisi, unico punto di appoggio concreto e utilizzabile per imbastire una riscossa. Dall’inizio dell’anno in città stazionava la compagnia mercenara di Balász Magyar (noto nella storiografia italiana come Valente da Buda) che, con l’assistenza di Lancislao de Olandis e Giorgio Kádár, aveva immesso dall’Ungheria alcune decine di cavalieri, fanti e balestrieri, cui si erano uniti i militi della Dalmazia capitanati da Pietro da Ragusa. Il porto brindisino, poi, era stato di recente potenziato con il distaccamento di altri 200 militari spagnoli, con l’ingaggio di maestranze addette alla manutenzione dei vascelli e con opere di fortificazione”. Salpata da Brindisi, la flotta aragonese riuscì a intercettare quella ottomana e a recuperare buona parte del maltonto. Il rientro a Brindisi fu trionfale: il mito dell’invincibilità turca era venuto finalmente meno!1
1495
Benedetto Croce fece riferimento all’opera in versi di Ruggiero di Pazienza di Nardò (Rogeri de pacientia de Nerito) per illustrare le vicende di Isabella del Balzo (1465-1533) sposa di Federico d’Aragona 1451-1594), re di Napoli dal 1496 al 1501. Riferisce che durante la celebre spedizione di Carlo VIII re di Francia in Italia, Isabella si trasferì, a sua salvaguardia, da Bari a Brindisi, una delle pochissime città rimaste fedeli agli Aragona, ove giunse l’1 maggio 1495. Qui “fu accolta da don Cesare d’Aragona, e dal vicerè Francesco Pandone, figlio di Camillo. Questo suo arrivo in Terra d’Otranto giovò non poco alla-causa degli aragonesi. In Brindisi ella rifece la pace tra i cittadini, ch’erano divisi in fazioni, parteggiando alcuni per don Cesare d’Aragona ed altri pel Pandone. Poco dopo, Otranto alzò le bandiere di Aragona. E innanzi a Brindisi si presentò la flotta veneziana, comandata da Antonio Grimani, che si mise a disposizione della principessa: «Per stare o scorrer o far altra cosa,/ O pigliar terra che fusse franciosa»; … don Cesare, da Brindisi, faceva scorrerie contro Mesagne e contro Lecce, occupate dai Francesi”. Cesare d’Aragona, “ben se portao da Cesare, che mentre li soi de casa de Ragona foro cacciati da lo Regno, isso non se ne ensio mai, ma stette di continuo in Brindisi in Terra d’Otranto, et di continuo fece guerra a lo Re Carlo in lo Regno”.1
I sovrani aragonesi, in cerca di alleati dopo la discesa di Carlo VIII in Italia, offrirono ripetutamente, in cambio d’aiuto, Brindisi, il cui porto consentiva il controllo dell’Adriatico. Dopo il rifiuto dei turchi, il 1494, i veneziani, l’anno successivo accondiscesero. Riferisce una cronaca veneziana: “A’30 ditto (mese di aprile 1495), essendo rimasto a Corfù Geronimo Contarini (c. 1450-1515), Provveditor dell’ armata, d’ordine del Capitano Generale, scorgendosi lettere della Signoria (di Venezia), pur indirizzate al detto Capitano Generale per gripo (brigantino per la guerra di corsa) a posta , segnale di urgenza; e considerando che fossero lettere d’importanza , deliberò insieme con gli amministratori di Corfù di aprirle; e trovò che la Signoria ordinava al Generale che egli si levasse con tutta o con parte dell’ armata navale, e andasse a Brindisi, e mandasse a Messina a soraveder dell’armata del re di Spagna. Per questo ordine il Provveditore è salpato con otto galee: due ne ha mandate a Messina, e lui con le altre è andato a Brindisi; e pochi di dopo , si ha ingrossà a numero di 34 galee, 12 delle qual son armate in Candia. Quelli di Brindisi hanno mandato 12 principali eminenti cittadini a trovarlo a galea, e l’hanno ringraziato che egli sia venuto; dicendo che il suo esser là in Brindisi li farà mantenersi per il Re di Napoli, e non si darebbero ai Francesi, come erano obbligati a fare se egli non compariva a soccorso: e hanno fatto tutti i segni soliti d’allegrezza”.
Brindisi fu fra le pochissime città del regno a tenersi fedele agli Aragona mai aprendo le porte ai francesi.
1 Note offerte dal prof. Giacomo Carito