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Corsari e pirati tra il XVI e il XIX secolo
Note sparse a cura di Giacomo Carito
Celebrate sono state le gesta dei pirati dei Caraibi o degli altri della Malesia nelle pagine di Salgari; non hanno avuto viceversa cantori gli autori di analoghe imprese in Adriatico. Il 1506 i rettori di Corfù “sier Nicolò Pisani et sier Bernardo Barbarigo” (1463-1518), quest’ultimo dal gennaio 1506 alla fine del 1507 capitano e provveditore a Corfù, occupato a rafforzare le difese di quella importante base navale e a sorvegliare i movimenti dei Turchi e dei corsari, inviano informativa a Venezia. Riferiscono che era giunto in quell’isola il barzoto, imbarcazione di varia grandezza della specie delle barche falcate, ma assai più piccola di esse, di Matteo Prioli, “provedador sora l’armar” 1504 (+1525), il “qual fo svudà di le merchadantie, dal corsaro che ‘l prese, a una isola chiamata Pompulosa”. Si tratta di Pomo, isolotto vulcanico disabitato nel mare Adriatico, sito tra Pescara e Spalato, circa 70 km ad ovest dell’Isola di Lissa e circa 21 M a nord-ovest di Sant’Andrea in Pelago; la distanza dalla costa abruzzese (Giulianova) è di circa 126 km mentre da quella dalmata (Rogosnizza) è di 61 km. I cattivi incontri non erano tuttavia finiti; il barzoto, infatti, incrociò “uno altro corsaro, ma vedendo” che non aveva nulla lo lascò andare così che poté giungere a Corfù. Il corsaro che aveva assalito e depredato l’imbarcazione di Matteo Prioli lo aveva fatto “perché uno so navilio” di sali “a Brandizo [Brindisi] fo preso e butà in mar; e voleva zerchar uno zenthilomo per apicharlo per la golla”.
Nel febbraio del 1508 Venezia, che ha il possesso di Brindisi (scheda), è informata che una nave del celebre corsaro spagnolo Pietro Navarro, le cui gesta sono state narrate, fra gli altri, da Benedetto Croce, era alla fonda nel porto di Napoli con un carico di saponi. Vi era il sospetto trattarsi di una nave appunto veneziana che i saponi aveva imbarcato in Brindisi. Nel porto della città adriatica è sotto sequestro dal gennaio dello stesso anno, come segnala il governatore Girolamo Corner altra nave di Pietro Navarro carica di grano. Il corsaro stesso era a bordo della nave e non può muoversi da Brindisi; verosimilmente in questo modo si forzava la trattativa per la nave ferma a Napoli. Di fatto la situazione si sbloccherà con la restituzione della nave trattenuta in Brindisi alla corona di Spagna “per esser dil re quel cargo”. Nel basso Adriatico non si fermava comunque l’attività di pirati e corsari; il 1509 il veneziano Girolamo Cappello, sopracomito ossia comandante di una galera o di una nave mercantile, segnala la cattura di una nave corsara nelle acque d Brindisi.
Le cronache del 1514 riferiscono sulle imprese del corsaro brindisino, di origine spagnola, Pietro Lopez. Questi, al comando di un galeone, armato sempre in Brindisi, arrecò non pochi danni alle navi mercantili veneziane. Nelle acque delle isole Ionie Lopez si era impadronito di un bastimento carico di grano di proprietà del veneziano Alvise Pisani; dal basso Adriatico Lopez fece vela verso Rodi dove contava di vendere il carico della nave; qui tuttavia fu preceduto da avvisi inviati da Venezia che intimava di non dar ricetto al corsaro e di non permettere alcuna vendita del grano trafugato. Ritornato in Adriatico Lopez affrontò una galea bastarda veneziana, capitanata da Sebastiano Bembo presso l’isola di Curzola; in questo caso fu l’imbarcazione veneziana ad aver la meglio. Nello scontro Lopez rimase ucciso; condotto il galeone a Corfù, qui i 300 uomini d’equipaggio, per la gran parte verosimilmente brindisini, furono impiccati.
Gran fama ebbe, nella prima metà del XVI secolo, un avventuriero brindisino che terminerà i suoi giorni in India. Le prime notizie si hanno nel contesto della ricostruzione della flotta egiziana voluta dall’l‘ultimo dei sultani mamelucchi indipendenti Qanṣūh al-Ghūrī. Quando fu pronta, il comando fu affidato a un certo Sulaiman, che aveva colto l’occasione per visitare l’India e ispezionare personalmente la flotta portoghese. Sulaiman era un turco di Mitilene, carpentiere navale di nascita, che si era guadagnato la fama di corsaro nel Mediterraneo. In questa flotta navigava un uomo con cui i portoghesi in seguito, quando fu impiegato dal sultano di Gujarat, ebbero considerevoli affari. Quest’uomo, per via della sua piccola statura, era noto come Sifr Agha (il Cifrario), era nativo di Brindisi, figlio di un albanese e di una donna italiana. Ricevette il titolo di Khudawand Khan mentre era in India; in alcune fonti è menzionato con questo nome con l’aggiunta di Rumi. Sulaiman lasciò Suez all’inizio di ottobre del 1515, con 27 navi e 6.000 uomini, tra mamelucchi, arabi e rinnegati. Il brindisino Sifr Agha rimase al servizio di Suleiman sino alla morte di questi, seguita il 1529. Passò quindi al servizio del nipote, Mustafà che non lasciò subito il Mar Rosso; per alcuni mesi assediò Aden, da dove fu respinto dall’avvicinamento della flotta portoghese. Avendo fallito qui, partì per l’India. Su una nave mise il suo harem e il meglio dell’artiglieria, e su un’altra, comandata da Sifr Agha, mise il suo tesoro, che era considerevole; la sua forza era composta da 600 turchi e 1.300 arabi. In India Sifr Agha ebbe un alto ruolo nel sultanato di Gujarat, risultando fra i collaboratori di Bahadur Shah ; Questi, accompagnato da pochissimi servitori, andava e veniva liberamente nel forte portoghese posto nel sultanato, e di una di queste visite, il 13 novembre 1536, abbiamo un resoconto. Bahadur Shah, con Sifr Agha e pochi altri, giunse al forte, senza preavviso, alle 8 di sera; era allora molto ubriaco. L’anno successivo, il 1537 è quello della morte di Bahadur Shah, che regnò nel 1526-35 e 1536-37. Il sovrano del Gujarat e Rumi Khan, il brindisino suo collaboratore, furono uccisi dai portoghesi durante la loro visita su una loro nave ancorata al largo della costa del Gujarat e i loro corpi gettati nell’oceano.
Nel marzo del 1531 uno scontro navale avvenne nelle acque di Brindisi tra due galee veneziane di scorta a un convoglio di navi da carito e due fuste, galee sottili, leggere e veloci, dedite alla pirateria. Ruferisce in una deposizione resa sull’isola di Lesina a “Francesco Pasqualigo, per la illustrissima Signoria di Venetia provedador di l’armada”, Matteo “de Trau patron di schierazo (nave da carico)”: “Se partissimo in conserva schierazi (navi da carico) numero 15, et due galee, ossia messer Zaccaria Barbaro e messer Andrea Duodo sopracomiti(comandanti) dil magnifico provedador nostro, ci scortavano da Taranto sino sopra Ragusa (oggi Dubrovnik). Da poi dice: Essendo noi sopra Brandizo discopersemo due fuste che seco conducevano un naviglio, e le galee si misero a darli la caccia e le fuste pigliarono la volta del mar e lasciarono la preda sua a li scogli de Brandizi. Le due galee predette ne accompagnarono fino sopra Ragusa, come ho detto, poi sono ritornate a cercare le fuste”.
Pirati e corsari di base a Brindisi, nel XVI secolo, non mancavano di fare scorrerie anche in territori dell’Impero Ottomano, in particolare nella dirimpettaia Albania. Il 2 dicembre del 1531 il sangiacco, ossia governatore, di Valona, scrive al veneziano “rezimento di Corfù” perché informi “Magnifico baylo et capitanio et provedador dil golpho” di quanto accaduto appunto a Valona. Riferisce il sangiacco: “questa notte al posto nostro son venuti una fusta el uno bregantin armati, e anno pigliato uno schierazo (nave da carico) dii nostro missier Christoforo, carico di mercanzie, e averlo menato via; per tanto ne avemo voluto dar notizia a Vostre Signorie che quelle vogliano con ogni prestezza esser in Brandizo, con le galìe di la illustrissima Signoria, amici nostri, a recuperar ditto schierazo con le robbe”, Il sangiacco si richiama in questo caso al trattato siglato tra Impero Ottomano e Venezia per il quale la sicurezza in Adriatico e la repressione della pirateria era compito della Serenissima.
Per qualche tempo Brindisi fu base operativa dei famigerati pirati uscocchi. Al termine della guerra di Gradisca (1615-1617), col trattato di Madrid, Venezia ottenne l’espulsione degli uscocchi dalle basi che avevano sul litorale adriatico in territorio asburgico. All’espulsione gli uscocchi ovviamente reagirono come poterono: “alcuni de’ più arditi si ricoverarono sotto l’ombra d’Ossuna, (viceré di Napoli) e trà questi Andrea Ferlitich, involata una Barca, fece in passando qualche svaligio sopra l’Isola d’Arbe, da che i Veneti Commissarii, altamente commossi, protestarono di sospendere la restitutione de’ posti occupati, se contra il delitto non apparissero dimostrationi severe; onde l’Harrach (plenuipotenziario austriaco), desideroso di presto terminar’ il negotio, perché in Bohemia le sollevationi obligavano a spingervi le militie, non potuto haver’ il Ferletich nelle mani, arrestò per ostaggio le Mogli di tre de’ seguaci, e gli bandì tutti con capitale sentenza”. Ferletich trovò sostegno a Napoli; ottenne una patente di corsa e il permesso d’utilizzare Brindisi quale base per le sue operazioni in Adriatico: “mi viene detto che li Uscochi erano capitati in quel luoco [Brindisi] et che Ferletich diceva di voler venir in Golfo a far gran danni”. Il Ferletich, “c’haveva inferito qualche danno sotto l’ombra d’Ossuna, vedendo la Veneta Armata, internata nell’Istria, ardi d’entrare nel Golfo, per isvaligiar qualche legno; ma, inseguito da alcune Galee, diede in terra nelle spiaggie del Regno, e lasciata la Barca coll’Insegne del Vice Rè in preda a’ Veneti, con morte d’alcuni de’ suoi sottrasse per all’ hora la Vita” trovando scampo a Brindisi.In realtà la fine di Ferletich fu tragica; svanito il potere del viceré Ossuna, passò al servizio del granduca di Toscana”; il 1622 “satio di quiete, e affamato di prede, entrò nell’Adriatico, per tentare nel Quarnaro sopra l’Isole, ò sopra i legni de’ Venetiani i soliti insulti. Ma, colto dalle Barche armate, pagò in fine con molti de’ suoi Compagni la temerità con la testa”.
La flotta organizzata dal re Carlo III affrontò più volte, vittoriosamente, le navi dei pirati barbareschi che notevoli danni infliggevano al commercio. Nella lotta contro la minaccia dei corsari, ben presto, si mise in luce Giuseppe Martinez, noto come capitan Peppe. Fra le sue numerose vittorie, notevole quella registrata il 1757. Il 9 marzo di quell’anno aveva assicurato il primo ministro Bernardo Tanucci “che codesti sciabecchi (barbareschi) sono troppo carichi e meno attivi”, e “partendo pel corso, che sperava far più co’ suoi quattro sciabecchi di quel che farebbero gli Spagnoli”. In quell’anno Giuseppe Martinez, comandava la “squadra dei reali sciabecchi napoletani cui era affidato il compito di dar la caccia ai legni barbareschi”. Martinez mantenne la promessa fatta a Tanucci; questi infatti scrive che “Martinez co’ suoi sciabecchi ci ha da Brindisi mandata una presa di polacca tripolina, che aveva dieci cannoni e 128 uomini”.
Grande fu la carestia che interessò Napoli e buona parte del regno il 1764. Non si esitava a compiere atti di pirateria pur d’impossessarsi dei preziosi carichi di grano. Per quel che ne riferì il De Renzi “è vergognoso il fatto narrato dall’Abbate de Blasi, Siciliano, cioè che le Navi Reali battevano i mari e fermavano le barche di frumenti destinati per la Sicilia, de ‘quali s’impossessavano e trasportavano in Napoli. Non possiam dire quanta verità vi fosse in queste parole: ma è certo che questa pirateria, se non era organizzata dal Governo, lo era certo da’ popoli, sì che la Reggenza di Napoli fu allora obbligata a far percorrere le coste da due feluche armate per proteggere la navigazione de’ piccoli legni, che uscivano” da Brindisi e altri porti pugliesi quali Manfredonia, Barletta, Gallipoli e Taranto; “ed arrivò al punto di preferire il trasporto per via di terra, allora così difficile e così dispendioso; facendo accompagnare le Vatiche, per non essere sorprese per via, da numerose truppe, le quali spesso erano obbligate a combattere le popolazioni armate che sorprendevano i grani per impadronirsene”. Occorre dire che i brindisini, in caso di carestia, si dedicavano al sequestro di tutti i carichi di grano in transito nel bassi Adriatico.
Il pericolo rappresentato dalle incursioni di pirati barbareschi sulle coste di Brindisi si protrasse a lungo. Il 30 dicembre 1802 l’avvocato fiscale don Davide Winspeare segnalava l’impedimento alla partenza di alcune polacche, naviglio di medie dimensioni, con stazza non superiore alle 500 tonnellate, da Brindisi e Taranto per la presenza di tre legni camuffati con bandiera portoghese ma in realtà algerini. Sul declinare del 1815, anno in cui La fiera di Brindisi: dramma giocoso in musica, si rappresentava in Modena nel teatro in via Emilia durante il carnevale, il 24 dicembre si registra un fallito tentativo di sbarco su una spiaggia di Brindisi da parte di corsari algerini. A Brindisi era presente un “console interino de’ turchi” quindi non mancavano vie per accordi di reciproca utilità considerando che la pirateria era attività largamente praticata largamente e con grandi margini di profitto anche dai brindisini. L’insicurezza si doveva nell’essenziale al venir meno del controllo delle rotte adriatiche esercitato da Venezia sino al 1797; la sicurezza del porto di Brindisi era stata migliorata durante il breve regno di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) dato che le fortezze di mare e di terra erano “stata risarcite e rimesse in buon grado”. I problemi riguardavano la navigazione in mare aperto per l’assenza di una stabile squadra navale.