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I soggiorni di Cicerone a Brindisi

Note a cura del prof. Giacomo Carito

La lex Clodia costrinse, com’è noto, Cicerone all’esilio. Lasciata Roma nella notte tra il 19 e 20 marzo del 58 a.C., si fermò per alcuni giorni, come poté, nelle campagne di Vibona nella Lucania. Di là si diresse a Brindisi. Qui M. Lenio Flacco, uomo generoso, gli diede ricovero per parecchi giorni in una sua casa sino a che, il 29 aprile, Cicerone s’imbarcò diretto a Durazzo. Scrivendo alla moglie Terenzia e alla figlia Tullia il grande oratore rileva: “Noi fummo tredici giorni in Brindisi presso M. Lenio Flacco, ottimo uomo, il quale non temette di arrischiare per la mia salute le sue fortune e la vita; né per timore di quella scelleratissima legge non fu ritratto di osservarmi la ragione e la pietà dell’ospizio. Possa un giorno dimostrargli pienamente la mia gratitudine! Grato certo gli sarò sempre. Parto da Brindisi il 29 aprile”.

Statua di Marco Tullio Cicerone a Roma (particolare)
Statua di Marco Tullio Cicerone a Roma (particolare)

Di Marco Lenio Flacco Cicerone parla con gratitudine anche nella Pro Plancio: “Andai a Brindisi, anzi più tosto m’accostai alle mura ed evitai d’entrare in questa città a me amicissima, la quale piuttosto si sarebbe lasciata distruggere che me partire da lei. Mi ridussi nei giardini di Marco Lenio Flacco: a cui nonostante fossero minacciati confisca dei beni, esilio e morte, volle piuttosto, quando avvenissero, questi danni patire, che abbandonare la guardia della mia vita. Essendo io da costui, e da suo padre, prudentissimo e ottimo vecchio, e così dalle mani dè figliuoli dell’uno e dell’altro posto in sicura e fedele nave, e udendo le preghiere e i voti, che essi facevano della restituzion mia, andai verso Durazzo”. Nella Pro Sestio riferisce che, al rientro dall’esilio, fu nuovamente accolto nella “casa medesima di Lenio Flacco, e padre e figliuolo, ottime e dottissime persone”, Assai discussa è l’identificazione di quest’uomo di grandissima cultura (doctissimus vir) col M. Laenius raccomandato da Cicerone nella lettera 108 e con l’amico di Attico di cui parla in altre seriori lettere.

Robert Dennis Harris (Nottingham, 7 marzo 1957), in Dictator (terzo volume della trilogia su Cicerone, traduzione di N. Lamberti, Omnibus, Arnoldo Mondadori Editore, 2015), narra la storia degli ultimi quindici anni di vita di Cicerone immaginata sotto forma di biografia scritta dal suo segretario Tirone:
Quando finalmente arrivammo in vista delle mura fortificate di Brundisium, Cicerone decise di non avventurarsi all’interno della città. Il porto era così vasto e trafficato, così pieno di stranieri e così prevedibile come sua destinazione che era convinto fosse il posto più ovvio per assassinarlo. Cercammo quindi rifugio un po’ più su lungo la costa, nella residenza del suo vecchio amico Marco Lenio Flacco. Quella notte dormimmo in letti decenti per la prima volta dopo tre settimane e la mattina seguente scendemmo in spiaggia. Le onde erano decisamente più alte di quelle della costa siciliana. Un forte vento scagliava incessantemente l’Adriatico contro le rocce e i ciottoli. Cicerone detestava i viaggi per mare anche nel migliore dei momenti, e quel viaggio prometteva di essere particolarmente pericoloso. Tuttavia era la nostra unica via di fuga. Centoventi miglia oltre l’orizzonte c’era la costa dell’Illiria. Notando la sua espressione, Flacco disse: «Fortifica il tuo spirito, Cicerone: forse la proposta di legge non passerà, oppure l’uno o l’altro dei tribuni porrà il veto. A Roma deve pur essere rimasto qualcuno disposto a schierarsi al tuo fianco… Pompeo sicuramente, no?». Ma Cicerone, lo sguardo ancora fisso al largo, non rispose e, pochi giorni più tardi, venimmo a sapere che la proposta era effettivamente diventata legge. Flacco, di conseguenza, commetteva un reato che comportava la pena capitale anche solo ospitando un esule condannato nella sua proprietà. Nonostante questo cercò di convincerci a restare, insistendo nel dire che Clodio non gli faceva paura. Ma Cicerone non ne volle sapere: «La tua lealtà mi commuove, vecchio amico, ma quel mostro avrà di certo mandato una squadra di suoi mercenari a darmi la caccia nel momento stesso in cui la sua legge è passata. Non c’è tempo da perdere». Nel porto di Brundisium io avevo già trovato una nave mercantile il cui comandante, in difficoltà finanziarie, era disposto a rischiare una traversata invernale dell’Adriatico in cambio di un compenso enorme, così alle prime luci del giorno dopo, quando in giro non c’era ancora nessuno, salimmo a bordo. Era un vascello robusto, con lo scafo largo e un equipaggio di circa venti uomini, utilizzato per effettuare un servizi commerciale tra l’Italia e Dyrrachium. Non ero in grado di giudicare, ma a me la nave sembrava abbastanza sicura. Il comandante riteneva che la traversata avrebbe richiesto un giorno e mezzo, ma dovevamo partire subito, ci disse, approfittare del vento favorevole. Così, mentre i marina preparavano ogni cosa e Flacco aspettava sulla banchina, Cicerone dettò rapidamente un ultimo messaggio alla moglie e a figli: “Ho vissuto la mia vita, ho avuto successo; mi ha abbattuto non la mia condotta riprovevole ma la mia integrità morale. Mia cara Terenzia, la migliore e la più leale delle mogli, mia cara figlia Tullia, e mio piccolo Marco, nostra unica speranza rimasta: addio!”. Copiai il messaggio e lo passai a Flacco, che alzò una mano in segno di saluto. Poi la vela venne spiegata, gli ormeggi furono sciolti, i rematori ci spinsero via dal pontile murato del porto e salpammo nella pallida luce grigia del giorno”.

Come ebbe a rilevare Luuk De Ligt, molto particolare fu il modo in cui Cicerone ottenne una grossa somma di denaro da uno dei suoi clienti (Il termine cliente è qui usato, ovviamente, nel senso che aveva nell’antica Roma) durante il suo soggiorno a Brindisi nel 47 a.C. Il cliente in questione, un certo Gneo Sallustio, stava aspettando con Cicerone il ritorno di Cesare dall’Oriente, entrambi desiderosi di essere perdonati per aver scelto la parte sbagliata nella guerra civile. Quando Cicerone finì i soldi, Sallustio gli fornì 30.000 sesterzi. L’interesse di questa transazione risiede nel fatto che questa somma doveva essere restituita non a Gneo Sallustio ma a un certo Publio Sallustio a Roma. Publio Sallustio avrebbe in realtà ricevuto il denaro da Attico, al quale Cicerone inviò istruzioni scritte. In breve, affidandosi a una rete di amici e clienti era possibile trasferire 30.000 sesterzi da Roma a Brindisi o viceversa senza alcuna necessità di inviare sacchi di monete.