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La catena angioina che chiudeva il porto

La tipica conformazione naturale del porto di Brindisi ha sempre avuto un ruolo determinante nella storia della città, non solo dal punto di vista economico e commerciale, ma anche dal punto di vista difensivo.
La singolare forma del porto, che richiama la testa di un cervo, si è creata a seguito di numerose alluvioni che generavano fiumi che partendo dalle colline delle Murge, defluivano nel porto di Brindisi, formando così un vero e proprio delta. Successivamente questo fiume prosciugandosi conferì la tipica forma al porto, con i due ampi bacini, detti Seno di Levante e Seno di Ponente, che abbracciano la città vecchia e che si aprono verso l’esterno attraverso un canale, oggi denominato Canale Pigonati.

Brindisi. Castello Svevo. La catena angioina
Brindisi. Castello Svevo. La catena angioina

Una delle prime vicende storiche che ha visto protagonista questo canale fu in età romana, ed in particolare nel 49 a.C., durante il periodo del I° triunvirato. Mentre Pompeo si rifugiò a Brindisi in attesa di imbarcarsi verso l’oriente, Giulio Cesare cerco di impedirgli la fuga, ostruendo il canale con massi e zattere, restringendone così il passaggio. Nonostante questi tentativi, Pompeo riuscì ad oltrepassare il canale (scheda).
Nei secoli successivi l’insabbiamento di questo passaggio creò problemi per lo sviluppo del porto, probabilmente a causa dell’ostruzione operata proprio da Giulio Cesare.

Dettaglio della mappa di Piris Reis del 1525 nel quale si nota la catena di chiusura del porto
Dettaglio della mappa di Piris Reis del 1525 nel quale si nota la catena di chiusura del porto

Nel 1301, lungo le due sponde del canale, furono realizzate da Carlo II d’Angiò due torri. La torre maggiore era posta sul lato di ponente, ed era collegata da una catena di ferro con quella minore, come è ben visibile nelle antiche piante della città di Brindisi, ad esempio quella del 1525 di Piri Reis, del 1703 di G.B. Pacichelli o quella del 1663 di J.Blaeu, dove la città viene erroneamente nominata “Tarento”.
Le due torri avevano degli ingranaggi che permettevano di tendere la catena e chiudere l’ingresso nel porto interno, la stessa veniva mollata in acqua quando una nave si apprestava ad accedere o ad uscire. Questo tipo di sistema a catene era utilizzato all’epoca per chiudere gli ingressi di altri porti, come quello di Trani.

Dettaglio della mappa di Joan Blaeu del 1663. La freccia indica la catena di chiusura del porto
Dettaglio della mappa di Joan Blaeu del 1663. La freccia indica la catena di chiusura del porto

Nel XVIII secolo le mura, le porte, le torri e i bastioni non venivano più utilizzate per la difesa della città e molte di esse furono demolite. Nel 1776 Andrea Pigonati, durante il suo vano tentativo di “bonifica” del porto di Brindisi, decise di demolire oltre all’importante ponte romano detto Ponte Grande, anche Porta Reale (nei pressi dell’attuale Guardia Costiera) e le mura limitrofe, per utilizzare le pietre per la costruzione dei moli di San Ferdinando e San Carlo che furono realizzati lungo i lati del canale. Durante questi lavori furono anche demolite le due torri Angioine, mentre le loro fondamenta rimasero sommerse costituendo quella secca che fu denominata “Secca Angioina”, eliminata in tempi recenti con l’impiego di mine.

Brindisi. Castello Svevo. La catena angioina e il particolare
Brindisi. Castello Svevo. La catena angioina e il particolare

Fortunatamente la catena fu salvata e conservata nel Tempio di San Giovanni al Sepolcro, ma nonostante fosse un bene di proprietà comunale, fu deciso di spostata all’interno del Castello Svevo di Brindisi che, come è noto, è ancora proprietà della Marina Militare.

Testo di Antonio Mingolla e Danny Vitale

Riferimenti bibliografici

  • Ferdinando Antonio Cafiero. La città di Brindisi all’apertura del Canale Pigonati

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