Brindisi Virtual Tour
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Le storie di altri brindisini illustri
Note sparse a cura di Giacomo Carito
Enrico Aristippo (Santa Severina, tra il 1105 e il 1110 – Palermo, 1162), nella prefazione alla sua traduzione latina del Fedone di Platone, circa il 1156. ricorda che Teorido o Teodoro da Brindisi era da considerarsi il maggior conoscitore della letteratura greca dei suoi tempi. Teodoro si è pensato identificabile col «Teuredus noster gramaticus» di John of Salisbury e col chierico-poeta brindisino cui l’ammiraglio Eugenio da Palermo (1130-1202) indirizza alcuni suoi versi. Al contrario di Eugenio, la città natale non ha ritenuto opportuno dedicargli alcunché.
La figura storica di Giovanni da Brindisi (noto anche come Iohannes de Brundisio) si colloca nel contesto burocratico e diplomatico del Regno di Sicilia durante il XIII secolo, in particolare sotto i regni di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Sebbene la memoria locale e alcune tradizioni storiografiche lo associno ai vertici dell’amministrazione finanziaria della corte sveva (la Magna Curia), i documenti ufficiali e l’Istoria civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone ne delineano con precisione i ruoli effettivi. Giovanni da Brindisi fu un importante notaio della corte imperiale e figura di fiducia (familiaris) del re Manfredi di Svevia. Nel periodo di massima tensione tra gli Svevi e il Papato, Giovanni fu inviato il 1262 da Manfredi come nunzio speciale (ambasciatore) presso il Papa insieme al Giudice Attardo da Venosa. La sua missione era quella di presentare le difese del sovrano davanti al Pontefice e al Collegio dei Cardinali per evitare le gravi accuse e le citazioni pendenti contro la corona.
Insieme ad altri esponenti dell’aristocrazia e della burocrazia brindisina (come il protonotaro Giordano Pironto e il maestro di camera Giovanni Currenti), Giovanni rappresentò l’ala della città di Brindisi fortemente leale alla dinastia imperiale sveva, contrapposta alla fazione guelfa locale. Va detto che spesso i notai e i funzionari addetti alla gestione della Camera regia (la tesoreria dell’epoca) o della cancelleria venivano genericamente indicati nelle memorie storiche locali come “tesorieri” o amministratori delle finanze. Nella rigida burocrazia di Federico II e Manfredi, i ruoli finanziari apicali erano gestiti dai maestri camerari e dai tesorieri segreti (spesso alti funzionari di origine salernitana, siciliana o legati ad ordini religiosi), mentre Giovanni da Brindisi esercitò principalmente l’autorità politico-giuridica come notaio di corte e diplomatico d’alto livello. La missione più rilevante documentata dagli storici vide Giovanni da Brindisi agire insieme al Giudice Attardo da Venosa, un altro dei massimi esponenti della burocrazia giuridica sveva. Giovanni e Attardo si presentarono davanti al Papa e al Collegio dei Cardinali come avvocati difensori del sovrano. Sfruttando la loro competenza nel diritto canonico e civile, presentarono memorie difensive formali contro le citazioni papali. L’ambasceria doveva smontare le accuse di eresia, simonia e violazione dei confini dello Stato della Chiesa che i pontefici (prima Alessandro IV, poi Urbano IV) lanciavano sistematicamente contro Manfredi. Nonostante l’abilità retorica e giuridica dei due inviati brindisini e venosini, la Curia Romana rifiutò di cedere. Per i pontefici, la presenza degli Svevi nel Sud Italia rappresentava una minaccia mortale per l’indipendenza della Chiesa. Le missioni di Giovanni riflettevano anche gli equilibri di potere interni alla sua città natale. Brindisi era un porto militare ed economico fondamentale per Manfredi. Mentre l’arcivescovo di Brindisi, Pellegrino, guidava la fazione guelfa locale contraria al sovrano (subendo per questo dure ritorsioni materiali dalla corona), funzionari regi come Giovanni da Brindisi e il protonotaro Giordano Pironto garantivano al re il controllo totale dello scalo marittimo, essenziale per mantenere i contatti diplomatici e militari con la Grecia, Venezia e i ghibellini del Nord Italia.
Un ruolo importante ebbe Angelo da Brindisi, il 1338, nell’ambito dello sviluppo dell’università di Siena: “La questione che allora maggiormente occupava gli amministratori dello Studio, quasi tutto assorbito dalla facoltà di Giurisprudenza, era quella dei chierici benefiziati, i quali davano un forte contingente alla scolaresca, ma costretti come erano dall’obbligo della residenza a dimorare nel luogo del benefizio, non potevano frequentare le Università, da loro preferite, senza una dispensa formale e che soltanto per privilegio generale avrebbe potuto ottenersi. Già sino dall’anno 1338, quando Maestro Angelo da Brindisi aveva portato buona novella da Roberto re di Sicilia, il Concistoro, cogliendo l’occasione, aveva informato l’ambasciatore della questione, consegnandoli lettere per il suo Signore, e facendo istanza affinché il re intervenisse presso il Pontefice in favore del Comune di Siena e gli ottenesse i desiderati privilegi di uno Studio generale”. Questo testo descrive un momento cruciale per la storia e lo sviluppo dell’Università (lo “Studio”) di Siena nel XIV secolo, evidenziando una dinamica tipica delle istituzioni universitarie medievali. La facoltà principale dell’epoca era Giurisprudenza. Una fetta importante della scolaresca potenziale era composta da chierici che godevano di un “benefizio” (una rendita legata a una carica ecclesiastica). Tuttavia, il diritto canonico imponeva loro l’obbligo di residenza nel luogo del beneficio. Senza una dispensa formale del Papa o un privilegio generale concesso allo Studio, questi studenti non potevano trasferirsi a Siena per frequentare le lezioni. Nel 1338, il Maestro Angelo da Brindisi funge da intermediario fondamentale. Viene citato per aver portato “buona novella” da parte di Roberto d’Angiò, re di Napoli (re di Sicilia citra Pharum). Il Concistoro di Siena sfrutta i canali diplomatici legati ad Angelo da Brindisi per inviare lettere al re di Napoli. L’obiettivo era spingere re Roberto — storicamente un forte alleato del Papato avignonese e protettore dei saperi — a intercedere direttamente presso il Papa. Il fine ultimo era ottenere la bolla pontificia per il riconoscimento di Siena come Studio Generale, un titolo legale formale che avrebbe concesso all’università privilegi automatici, inclusa la possibilità per i chierici di frequentare i corsi ovunque risiedessero i loro benefici, risolvendo così il problema del reclutamento degli studenti e garantendo la crescita dello Studio.
Angelo da Brindisi, purtroppo, non è ricordato nella sua città natale.
Celebre fu ai suoi tempi il brindisino Ferrante Fornari (Brindisi, 1 gennaio 1533 – Napoli, 5 marzo 1603), esponente di una famiglia tanto illustre quanto potente. Così ne tracciò il profilo biografico Giovan Battista Lezzi: “Da una famiglia molto antica e distinta per armi e per lettere trasse l’origine il nostro Ferdinando o Ferrante, il quale nacque in Brindisi prima della metà del sesto decimo secolo da Luzio e da Orsola Bovio sorella di Gio: Carlo arcivescovo di Brindisi e di Cesare vescovo di Nardò; il quale dopo di aver fatto i primi studj in Patria, si trasferì in Napoli, dove applicatosi ad apprendere il dritto, vi fece progressi così grandi, che meritò, che ne facessero special menzione” molti giureconsulti. “Egli si rese non solamente segnalato per la dottrina, ma molto più per la rettitudine e per la pietà…molto illustre eziandio per gravità di costumi, per prudenza, per integrità di vita; onde conosciutone il merito nella Corte di Spagna, medianti anche i favori del principe di Melfi, i di cui affari avea maneggiati con somma diligenza, giunse dopo di avere esercitato molte minori cariche ad essere Regio Consigliere, Presidente della Regial Camera, Regente della Regia Cancelleria, e Luogotenente di Camera, ed in tutte fece conoscere l’ottimo magistrato, che tutto impegnato pei vantaggi del sovrano seppe adempiere i doveri di un ministro incorrotto e sempre fedele al monarca, e di un uomo tutto del pubblico, tutto rettitudine, tutto disinteresse nell’amministrar la ragione, che non altro ebbe sempre in mira, se non l’inflessibil giustizia. Quantunque per altro continuamente occupato nel dissimpegno de’ suoi impieghi e distratto da tante cure non obbliò mai la diletta sua Patria, e fece perciò estrarre dall’Archivio della Regia Camera le copie di tutti i Regali Regesti, che potevano interessarla, con l’aiuto de’ quali poté continuar la sua Storia Giovanni Moricino, ch’è la parte più esatta di quell’Opera rimasta inedita…Dopo lunghe fatiche onoratamente durate il nostro Ferdinando, avendo lasciato ai Gesuiti della Casa Professa di Napoli, fra i quali avea un fratello per nome P. Martino, che fu un celebre Teologo passato ai più in Roma nel 1612, la sua Libreria … lasciò la mortal spoglia nell’anno 1600, e come avea egli eretta nella chiesa della detta casa una superba cappella della Natività con immensa spesa, così que’ religiosi gl’innalzarono nella medesima il sepolcro”.
Grande è l’elogio che Pietro Vincenti, il 1607, esprime nei confronti della brindisina famiglia dei Cateniano: “Sono i Catignani antichi baroni in Terra d’Otranto, nella città di Brindisi, dove han fatto dimora, e han vissuto sempre, e hog(g)i vivono come nobili della città, (fra quali à tempi nostri è stato reintegrato Claudio Blanditio Presidente della Camera con tutti i suoi fratelli) contrattando sempre parentele principali. Gentile, e Berardo Catignani per haver militato in favore del re Manfredi perdettero le castella loro, quali furono da Carlo Primo concedute a Rabone Brunello, e ad altri cavalieri francesi. Mantennero la casa in gratia di Carlo Guerriero, e Goffredo, quali possederono Visano, e altri casali e militarono per Carlo secondo nella Calabria. Landolfo, e Berardo Catignani per ordine del re Ruberto sequestrarono li beni delli Templarij, inquisiti all’hora di grauissimi eccessi, come per la bolla apostolica si vede nell’Archivio. Con questi servigi ottennero molti feudi in dono, con li frutti di quali si sono mantenuti i posteri con molto decoro, e fra molti Nicolò Catignano medico della serenissima Bona Sforza regina di Polonia, ch’è sepolto nell’Archivescovato di Brindisi. Fu Nicolò padre di Lutio marito di Laura Cortese, di nobili baroni di Francia, da cui nacque Argentia Catignana moglie di Marc’Antonio Fornari, fratello di Ferrante reggente, e luogotenente della Camera, e padre del reverendissimo Lutio Fornari dignissimo vescovo della città d’Oria”.
Buona fama ebbe ai suoi tempi il poeta brindisino Giovanni Palma oggi ben poco ricordato nella sua città natale. Scrisse Francesco Saverio Quadrio in Della storia, e della ragione d’ogni poesia: “Giovanni Palma nato in Brindisi, e accasato in S. Giovan Rotondo, nella Provincia di Capitanata, Segretario del Marchese del Vasto, di Pescara, diede alle stampe nel 1630 un Volumetto di Rime, le quali per certa disgrazia del Librajo, che le teneva, ebbero cattiva forte; onde rarissime ne sono le copie. Tenevane però in pronto da stampare un altro Volume atlai grande distinto in quattro Parti, come scrive il Toppi, con molte altre cose di Poesia Drammatica, ed Epica. Ma noi non abbiamo veduto, che il seguente, il cui Frontispizio è tale: Delle rime del signor Giovanni Palma tra gl’Infuriati academici napolitani l’Impaziente prima e seconda parte per pascolo de gl’ingegni studiosi delle pure poesie toscane date alla luce del mondo. in 8°”. Su Palma si soffermò Benedetto Croce e ne fece onorevole menzione Francesco Flora nella sua Storia della letteratura italiana rilevando, a proposito di alcuni suoi versi: “Giovanni Palma ha un moto genuino nel descrivere il sorriso di una fanciulla ch’egli incontrò”.
Giovanni Palma fu un poeta vissuto nella prima metà del XVII secolo. Fu erudito nelle lettere ed in particolare nella poesia, toscana, latina e greca. Nato a Brindisi, si sposò in San Giovanni Rotondo, nell’allora Provincia di Capitanata. Dal 1630 fu segretario del marchese del Vasto e di Pescara, Ferdinando Francesco. Fece parte dell’Accademia napoletana, detta degli Impazienti. Nel 1630 diede alla stampa un volume di rime, ma se ne stamparono pochissime copie a causa di un problema tecnico della tipografia.
Sembra che poi scrisse alcuni altri libri di poesie, drammatiche e epiche, ma non furono stampati e di essi si persero le tracce. Finalmente, nel 1632, presso la tipografia di Lazzaro Scorriggio di Napoli, si stampò un altro suo libro di rime, compilato in due parti.
Con l’avanzare dell’età soffrì una malattia agli occhi che limitò la sua attività di scrittore e poeta e, anche se continuò a scrivere, non poté finalmente pubblicare i suoi poemi perché non in grado di effettuarne la dovuta revisione.
Questi, alcuni dei suoi titoli conosciuti: La riviera di Brento, diviso in soggetti marinareschi e pastorali. La Guerra di Otranto, poema epico intorno a quel famoso avvenimento storico; L’asino razionale, diceria di un giovane goffo ed arguto. Un volume grande di poesie toscane, raccolte in quattro parti: L’Eromelica amorfa, La Colonna, Il Portico, Il Tempio sagro. Un volume di poesie latine: Il Gargano, suddiviso in dodici idilli pastorali indirizzati ad altrettanti principi. Morì in Capitanata intorno al 1650.1
In un report inviato al governo britannico il 1900 si segnalano innovazioni e progressi tecnologici in Brindisi: “Il Sig. Augusto Musciacco di Brindisi ha recentemente brevettato una macchina molto utile per la misurazione e il dosaggio di liquidi e un’altra per la miscelazione e il dosaggio precisi di polveri di qualsiasi tipo: le macchine più semplici si chiamano rispettivamente “Restometro” e “Metromicmagono”; ha inoltre inventato e brevettato un raccordo per cinghie di trasmissione per macchinari. Queste invenzioni sono già in uso con ottimi risultati. Un operaio della centrale elettrica di Brindisi ha inventato un metodo per saldare l’alluminio: alcuni esemplari della sua invenzione sono attualmente esposti alla Mostra di Bari”.
1 Gianfranco Perri, Marco Martinesi. I 100 personaggi dell’odonomastica di Brindisi che attraversano tutta la storia della città. 2017, pag. 55