Brindisi Virtual Tour
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Brindisi capitale del Regno del Sud
10 settembre 1943 – 11 febbraio 1944
Note sparse a cura del prof. Giacomo Carito
Sono le 4 del pomeriggio del 10 settembre 1943 quando il re Vittorio Emanuele III e la famiglia reale, il maresciallo Badoglio, i ministri della guerra e gli alti gradi delle Forze Armate raggiungono Brindisi via nave. Dopo l’armistizio il re preferisce abbandonare la capitale anziché restare a difenderla dai nazisti. Viaggia prima verso l’Abruzzo, e poi in direzione della città pugliese, dove sarà insediato il Regno del Sud.
La sede delle riunioni del governo diventerà la sala congressi del Grande Albergo Internazionale, la residenza reale sarà collocata in un luogo fortificato, e cioè all’interno del Castello Svevo dove si trasferirà anche parte del comando alleato. Brindisi, di quel regno, sarà la capitale per cinque mesi, fino all’11 febbraio 1944.
«Brindisi», spiega Vito Antonio Leuzzi, storico e presidente dell’Ipsaic, «fu scelta per ragioni di carattere militare perché contestualmente si stava verificando lo sbarco alleato a Salerno e Taranto. La ragione fondamentale è che Brindisi e Taranto avrebbero potuto garantire maggiore sicurezza alla famiglia reale e al governo».
La fuga del re è stata intesa da molti storici come un tradimento, anche se Vittorio Emanuele III la giustificava così, in un proclama del 24 settembre 1943: «Mi sono trasferito in questo libero lembo dell’Italia peninsulare, nella speranza di evitare più gravi offese a Roma».
Una volta a Brindisi, Vittorio Emanuele diffonde una dichiarazione in cui spiega la fuga come atto necessario per la salvaguardia di un governo libero, dicendosi pronto a morire per la difesa del suo Paese. Il 23 settembre scrive al re d’Inghilterra e al presidente Roosevelt. Si dice fedele al regime parlamentare ed auspica una veloce avanzata degli anglo americani in modo da ritornare presto a Roma. Soltanto il 13 ottobre, dichiara guerra alla Germania. Rimprovera comunque Badoglio per non aver barattato questa decisone con qualche concessione territoriale da parte degli Alleati. Tenta poi di imporre Grandi come ministro degli Esteri, presentandolo come «un simbolo del movimento antifascista». L’operazione è bloccata dagli anglo americani che ormai non hanno più nessuna fiducia in lui. A corte, in molti suggeriscono al re di abdicare per salvare la monarchia. Vittorio Emanuele rimane però geloso della sua posizione. Vuole essere ancora un re che governa. «La fuga», nota Leuzzi, «agevolò la reazione tedesca. La permanenza del re a Roma avrebbe garantito una maggiore resistenza e forse un andamento diverso delle operazioni militari in Italia. Tuttavia a Brindisi si riuscì a ricostituire il primo lembo dell’Italia libera. La Puglia rappresentò un punto di riferimento per la riorganizzazione delle forze di resistenza, si ricostituì il fronte di liberazione nazionale, si ricostituirono le forze sindacali e politiche, si ripristinò la libera stampa. La Puglia rappresentò anche per gli angloamericani il primo esperimento di mondo libero».
Con un paradosso: proprio nella Puglia dove aveva riparato il re, le forze politiche iniziarono a valutare il passaggio istituzionale dalla monarchia alla repubblica.
Andrea Scazzola, nel suo 1943 L’Italia nella tempesta, propone la cronaca dell’arrivo del re a Brindisi il 10 settembre 1943: “Il re alle 14 e 30 del 10 settembre è al largo di Brindisi. A bordo del Baionetta che trasporta la corte, si vivono momenti d’ansia. C’è chi sospetta che anche la cittadina pugliese sia in mano ai tedeschi. Si vede avvicinarsi un motoscafo, ma per fortuna batte bandiera italiana. Si accosta alla corvetta. Sopra c’è l’ammiraglio Rubartelli, comandante della base di Brindisi, assolutamente ignaro della presenza del re sull’imbarcazione. Vittorio Emanuele III si fa avanti e chiede a Rubartelli: “Ci sono tedeschi a Brindisi?”. “No”, risponde l’ammiraglio. “Ci sono inglesi?” “Nemmeno, maestà”. “Chi comanda, allora?” “Comando io” “Bene andiamo”. Quasi consapevole di non essere in nessun caso lui, il re, a comandare, si prepara a scendere a terra. I sovrani e il principe ereditario s’insediano nell’appartamento dell’ammiraglio, al primo piano di una palazzina nei pressi del Castello svevo. Prima del loro arrivo in casa, si fa giusto in tempo a svegliare la signora Rubartelli, in piena siesta pomeridiana. Per pochi istanti non rischia di ricevere la famiglia reale in vestaglia. Il Maresciallo Badoglio e il ministro della real casa Acquarone sono sistemati nella casermetta dei sommergibili. I generali si acquartierano all’Albergo Internazionale, mentre il governo s’insedia negli uffici del comando della Marina. È racimolato un manipolo di carabinieri e marinai per il servizio di sicurezza intorno al Castello. La famiglia reale prenderà i pasti nell’appartamento dei Rubartelli, mentre il seguito e i ministri istituiscono una cosiddetta mensa del governo. La realtà è che di ‘governo’ ce n’è rimasto soltanto un segmento ridotto: il suo capo Badoglio e i due ministri militari della Marina e dell’Aviazione, Raffaele de Courten e Renato Sandalli. Non è molto, ma tanto basta agli alleati per dimostrare che lo stato italiano esiste e ha l’autorità formale per garantire l’applicazione delle clausole dell’armistizio”.
Edgardo Sogno (conte don Edgardo Pietro Andrea Sogno Rata del Vallino di Ponzone 1915 – 2000), diplomatico, partigiano, politico, scrittore, militare e agente segreto italiano, fu a Brindisi tra il 1943 e il 1944, durante il cruciale periodo in cui la città assunse il ruolo di capitale temporanea del Regno d’Italia. A Brindisi, il giovane diplomatico e ufficiale piemontese svolse un ruolo operativo di primissimo piano nei mesi successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943. Sogno era giunto a Brindisi per mettersi a disposizione del governo. Grazie alle sue competenze e alle sue relazioni, divenne uno dei principali ufficiali di collegamento tra il comando militare italiano (il Comando Supremo) e le forze alleate (in particolare con i servizi segreti britannici, la Force 133 della SOE – Special Operations Executive). Proprio partendo dalla Puglia, e d’intesa con gli Alleati e le autorità brindisine, Sogno iniziò a pianificare e organizzare la rete della futura “Organizzazione Franchi”, una delle più importanti formazioni partigiane di ispirazione monarchica e liberale, attiva soprattutto nel Nord Italia. Fu proprio da Brindisi che, nei primi mesi del 1944, Edgardo Sogno venne paracadutato (o infiltrato via mare) nell’Italia occupata dai nazifascisti per coordinare la Resistenza non comunista, portando con sé fondi, codici radio e direttive del governo del Sud. La Brindisi di quei mesi, affollata di ministri, diplomatici, ufficiali e agenti segreti, fu per Sogno il vero e proprio trampolino di lancio per le sue audaci operazioni d’intelligence e di guerriglia che gli valsero, a fine conflitto, la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Nel periodo in cui fra il settembre 1943 e il febbraio 1944 Brindisi fu sede del governo italiano molti e di notevole importanza furono i provvedimenti qui adottati: basterà far riferimento alla dichiarazione di guerra alla Germania, all’abrogazione delle leggi razziali e al ripristino della libertà di stampa. Particolare interesse ha un accordo siglato a Brindisi complementare all’armistizio lungo siglato a Malta. Un “Memorandum di Accordo sull’Impiego e la Disposizione della Flotta Mercantile e Marittima Italiana tra il Comandante in Capo Navale Alleato in Mediterraneo, agendo per conto del Comandante in Capo Alleato, e il Ministro della Marina Italiano” (noto come l’accordo Cunningham – De Courten) fu datato a Taranto il 23 settembre 1943. Un importante emendamento a quell’accordo fu firmato a Brindisi il 17 novembre 1943; era accompagnato da una dichiarazione della stessa data dell’ammiraglio de Courten, Ministro della Marina Italiano. Si pervenne in sostanza a un gentlemen agreement sull’impiego delle navi militari e mercantili italiane, che rimasero sotto comando italiano con la bandiera nazionale.
- 11 settembre 1943 (circa) – Giaime Pintor raggiunge Brindisi, dove si sono appena insediati il re, il governo Badoglio e il Comando Supremo. Si presenta come ufficiale e chiede di essere impiegato in operazioni contro i tedeschi. 12 settembre – Viene assegnato a compiti d’ufficio presso il Comando Supremo. Si rende conto del clima di disorientamento che regna tra gli alti comandi.
- 13 settembre – Cerca contatti con altri ufficiali e intellettuali antifascisti. Matura l’impressione che non vi sia alcuna volontà di organizzare una guerra di liberazione.
- 14 settembre – Prosegue il lavoro burocratico. Rimane deluso dall’attendismo dei vertici militari.
- 15 settembre – Cerca di ottenere un incarico operativo, ma senza successo.
- 16 settembre – Scrive ad amici e riflette sulla necessità di abbandonare Brindisi per trovare un modo concreto di combattere.
- 17 settembre – I rapporti con il Comando Supremo si fanno sempre più difficili. Decide di lasciare l’ambiente militare.
- 18 settembre – Organizza la partenza verso Napoli, dove spera di trovare un clima più favorevole all’azione.
- 19 settembre – Lascia Brindisi senza autorizzazione e raggiunge il territorio controllato dagli Alleati.
- 20 settembre (circa) – Arriva a Napoli, iniziando una nuova fase della sua attività politica e militare, che culminerà nella decisione di attraversare le linee tedesche.
Questa cronologia va considerata orientativa: le date precise di alcuni spostamenti non sono documentate con certezza. L’unico dato sicuro, confermato dallo stesso Pintor, è che trascorse «dieci pessimi giorni presso il Comando Supremo», esperienza che segnò profondamente la sua scelta di abbandonare la carriera militare tradizionale per unirsi alla lotta di liberazione.
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