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I briganti all’assalto delle masserie del brindisino
In soli tre mesi (settembre-novembre 1862) furono numerose le masserie dell’agro di Brindisi a subire devastazioni e minacce dalle bande di briganti, alcune furono incendiate e più volte distrutte
Nell’era post unitaria numerose formazioni di briganti imperversarono in tutto il meridione del neonato Stato italiano, contrapponendosi, spesso brutalmente, alle truppe della Guardia Nazionale, ai soldati piemontesi e ai carabinieri. In questa fase storica le bande di fuorilegge erano composte da ex militari borbonici, contadini, pastori e da gente comune esasperata, ma anche da banditi ed ex galeotti.
Le azioni militari repressive furono altrettanto dure e spietate, talvolta con arresti di massa, massacri indiscriminati ed esecuzioni sommarie della popolazione inerme. Non mancarono le deportazioni, le violenze sulle donne e i saccheggi, ciò oltre ad incrementate la ribellione, alimentò la rabbia e la frustrazione della popolazione, facendo convergere numerosi uomini (a anche donne) ai gruppi di briganti. E’ stata l’unica grande insurrezione popolare avvenuta nel Regno delle Due Sicilie dopo quella di Masaniello a Napoli, avvenuta nel luglio del 1647.
La principale causa del rabbioso e disperato fenomeno del brigantaggio è stato riconosciuto nelle “speranze del popolo tradite” e soprattutto nella condizione sociale della classe più povera della società meridionale: contadini, braccianti, nullatenenti in genere continuavano ad essere vittime di ingiustizie, sopraffazioni e dell’esoso fiscalismo unitario, e se il misero guadagno non bastava, erano costretti a rivolgersi all’usuraio e al banco dei pegni, ma “esausto l’infame mercato,[il contadino] piglia il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra e mangia” (F.S. Sipari, 1863). La rivolta veniva altresì fomentata dall’ex sovrano Francesco II di Borbone, in esilio nello Stato Pontificio.
Più circoscritto, almeno nello spazio di tempo che va dal settembre a tutto novembre 1862, il fenomeno del brigantaggio nel brindisino: secondo lo storico Vincenzo Carella, uno dei primi ad approfondire gli avvenimenti locali già dai primi degli anni Settanta del Novecento, in quei tragici mesi vi fu un importante e fertile focolaio di brigantaggio politico,“iniziato in forma organica e sistematica con episodi di violenza, sequestri di persone, ricatti, uccisioni e invasioni al grido ‘Viva Francesco Secondo! Abbasso Vittorio Emanuele!’, episodi posti in essere da un nucleo iniziale assai ridotto di uomini, via via ingrossandosi sino a superare le duecento unità, armate e a cavallo”.
Il sistema di lotta messo in atto dalle bande era quasi sempre la guerriglia, tattica fondata sui rapidi spostamenti e basata sulla perfetta conoscenza del territorio, con imboscate, aggiramenti e attacchi ai fianchi dei reparti militari. Le aggressioni erano quasi sempre a sorpresa e accompagnati da spaventose grida selvagge, seguite da improvvise e rapide ritirate nei boschi e nei luoghi inaccessibili. Non mancavano gli scontri frontali, preferiti solo quando vi era una evidente superiorità numerica. I briganti potevano contare su una rete di informatori che riferivano sulle mosse e gli spostamenti dei militari, grazie ad un sistema arcaico di segnalazione difficilmente intercettabile, come luci notturne, segnali di fumo, segni convenzionali in luoghi prestabiliti, fischi e imitazioni di versi di animali.
L’organizzazione banditesca era capeggiata dall’ex sergente dell’esercito borbonico Pasquale Domenico Romano, per questo conosciuto come il “Sergente Romano”, che progettava persino di liberare i detenuti dal Bagno Penale di Brindisi e dare inizio, con le altre bande brigantesche, al movimento insurrezionale dell’intero mezzogiorno. Era coadiuvato da alcuni luogotenenti, tra loro il carovignese Giuseppe Nicola Laveneziana, noto anche come “lu figghiu di lu re”, un criminale distintosi per le atrocità e per i numerosi e ripetuti attacchi alle masserie del territorio, episodi che nulla avevano a che fare con il progetto rivoluzionario del brigantaggio politico.
Le masserie, soprattutto quelle dei proprietari liberali e anti borbonici, rappresentavano un facile bersaglio per le bande di briganti comuni: essendo isolate venivano agevolmente assaltate e depredate di fucili, munizioni, cavalli, alimenti, foraggio e altri materiali di sostentamento. Spesso venivano lasciati biglietti di ricatto destinati ai proprietari, redatti in una forma sgrammaticata, non mancarono i sequestri di persona, come avvenne il 9 settembre alla masseria Masciarella di Carovigno, dove la banda del Laveneziana prese in ostaggio Vincenzo Brandi, il figlio sedicenne del proprietario, chiedendo in cambio della sua liberazione “mille ducati, 4 camiso, na parodi stivalo, un focilo buono, 2 paccotto di sigaro”. Il ragazzo riuscì a saltare dalla giumenta e a mettersi in salvo mentre la banda veniva inseguita dalle guardie nazionali.
La notte del 10 settembre, subito dopo aver spaventato i braccianti della masseria Cuoco, la banda si era recata anche alla vicina masseria Lucci, di proprietà di Innocenza e Chiara Perez, le sorelle di Pasquale. Qui pretesero pane, avena e qualche indumento, e lasciarono al massaro il solito biglietto di riscatto da consegnare alle padrone, in cui chiedevano “200 piastre e le spese dello fumare”. La masseria venne comunque risparmiata anche senza il pagamento del riscatto, avevano appreso che le due sorelle erano in contrasto con Pasquale, e per questo “… le perdonavano”.
Il 2 ottobre fu la volta della Masseria Masciullo di don Francesco De Castro di Mesagne, dove oltre quaranta briganti si introdussero nei fabbricati, devastarono, depredarono e terrorizzando i lavoratori dell’azienda agricola con pugnali e pistole, al massaro Antonio Zullo fu lasciato un biglietto per “do Cice di Castre” a firma di Laveneziana,con la richiesta di “1000 piastro, 2 focile melotare, 6 paccotte di sichere”,cartucce e altre munizioni.
Nello stesso mese una banda di briganti si recò alla Masseria Masina, dello stesso proprietario, per “requisire” 3 giumente, 1 fucile e 300 piastre.
In quei pochi mesi numerose altre strutture agricole brindisine furono teatro di azioni brigantesche: Siribanda, Cerrito, Angelini, Spada, Restinco, Baroni, Torricella, Specchia, Acquaro e diverse altre dei paesi vicini, mentre quelle dei proprietari “amici” venivano utilizzate come rifugio sicuro e come fonte di approvvigionamento. Un editto della Prefettura della Provincia di Terra d’Otranto emesso il 30 ottobre 1862, minacciava la chiusura delle masserie “che per la loro posizione topografica, o per l’indolo sospetto dei padroni e dei massari potessero servire di ricetto ai briganti”, mentre per le altre venne prescritta la riduzione delle scorte di foraggio e cibo per “la quantità strettamente necessaria alle persone che vi abitano”.
Giuseppe Nicola Laveneziana venne catturato e giustiziato il 18 dicembre 1863.
Testo di Giovanni Membola
per Il 7 Magazine n. 163 del 4/9/2020