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Brindisi durante la seconda età Angioina

Note sparse a cura di Giacomo Carito

Fu il 1368 che si definì il confine del grande agro brindisino. Quell’anno la Regina Giovanna I (1326-1382) ordinò al Giustiziere di Terra d’Otranto di dividere e distinguere “per mezzo di colonne di pietra e di altri termini notevoli i territorî delle città di Brindisi, di Oria e dei Castelli di Mesagne e di Carovigno, che prima erano confusi: restando riservata alla Regina Curia la correzione della detta divisione, se mai qualcheduna delle dette Università se ne sentisse aggravata: ma che intanto dovesse essere osservata”. L’anno. successivo la regina conferma gli Statuti della città di Brindisi, “che cioè i buoi e le mandrie di altri animali dimorino lungi da Brindisi per due miglia, e non entrino nelle vigne o nelle terre olivate, o seminate, o coltivate, o nei fondi chiusi, e commina la pena contro dei trasgressori”.

Miniatura della regina Giovanna I da un manoscritto del De mulieribus claris di Giovanni Boccaccio (Parigi, Biblioteca nazionale della Francia).
Miniatura della regina Giovanna I da un manoscritto del De mulieribus claris di Giovanni Boccaccio (Parigi, Biblioteca nazionale della Francia).

Il 15 marzo 1369 la Regina Giovanna I (1326 – 1382) comandò ai Giustizieri di Terra d’Otranto che dichiarassero destituiti dai privilegi clericali i chierici brindisini tanto Greci che Latini, “definiti uomini senza dottrina e di vile condizione e fama, non mai occupati ai divini uffici, ma sempre immersi in cose secolaresche, e ciò se non daranno segni di resipiscenza dopo di essere stati per tre volte ammoniti dal di loro prelato” ossia l’arcivescovo Pino Giso, in carica dal 1352 al 1378. Le accuse erano state mosse al clero da Iohannes Ortholanus, “syndicus universitatis hominum dicte civitatis Brundusii”. Il sindaco, a nome dell’intera città, rilevava che buona parte dei sacerdoti era coniugata, di bassa condizione e fama. Alcuni di loro erano tavernieri, altri commercianti, scavatori di fosse sepolcrali, potatori, macellai. Parevano tutti attenti ai privilegi dell’abito ma non ai doveri che esso comportava.

Emile Lagier (1887). <em>La regina Giovanna ricevuta da Papa Clemente VI</em> (olio su tela con cornice. Avignone, Palazzo dei Papi - da Wikipedia)
Emile Lagier (1887). La regina Giovanna ricevuta da Papa Clemente VI (olio su tela con cornice. Avignone, Palazzo dei Papi – da Wikipedia)

Le malversazioni nella gestione del potere non sono una novità dei nostri tempi. La regina Giovanna I d’Angiò, il 1369, dichiara “rivocata la conferma dell’Ufficio di Maestro Giurato della città di Brindisi, spedita dalla Regia Curia a favore di Raimondo Tolosano, il quale abusando dell’autorità del suo ufficio aveva perpetrati varî eccessi, comanda al Giustiziere della Provincia che apra un’inchiesta contro del medesimo, e che in ogni anno i Maestri Giurati della detta Città siano eletti dai cittadini, per esser poi confermati da esso Giustiziere”. Compito principale del mastro giurato era il controllo dei mercati cittadini, delle fiere e di pesi e misure.

Giovanna I di Napoli, raffigurata nella Bibbia di Napoli, fine XIV secolo (da Wikipedia)
Giovanna I di Napoli, raffigurata nella Bibbia di Napoli, fine XIV secolo (da Wikipedia)

Ludovico di Navarra, marito di Giovanna, duchessa di Durazzo e, per parte di madre (Maria di Calabria), nipote della regina Giovanna I, intraprese un tentativo di riconquistare, almeno in parte, i domini albanesi appartenuti alla dinastia angioina. A tale scopo promosse l’organizzazione di una spedizione militare che avrebbe dovuto salpare dal porto di Brindisi, tradizionale punto d’imbarco per le imprese dirette verso la sponda orientale dell’Adriatico. L’iniziativa si inseriva nel più ampio quadro delle contese dinastiche e delle ambizioni angioine di ristabilire la propria influenza nei territori balcanici, dove il controllo politico risultava ormai fortemente compromesso.

Il 1407 il re Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo (Napoli, 15 febbraio 1377 – Napoli, 6 agosto 1414), emise tre provvedimenti a vantaggio della città di Brindisi. Ladislao, “avuto riguardo allo stato della Città di Brindisi rovinata e depressa dal turbine delle passate guerre a cagione dei meriti di cittadini verso della sua persona, rimette loro per tutto il prossimo sessennio tutte le sovvenzioni, sussidi, collette, tasse, focolari, e qualunque altro peso”. Con una seconda disposizione il re “ordina, che l’Università e Cittadini di Brindisi scelgano ogni anno fra di loro una persona proba per Maestro Giurato, e che nessun cittadino o abitante della medesima Città possa essere Capitano, Giudice, o Notajo di atti”. Con un terzo decreto il sovrano “conferma all’Università e Cittadini di Brindisi, suoi fedeli, pei vari danni sofferti nelle loro persone e nelle loro sostanze, tutte le Consuetudini, Ordinazioni e Capitoli osservati nella detta Città, ed anche le Immunità, Privilegi, e Grazie alla detta Università concesse dai suoi predecessori”.

Ladislao che si reca in chiesa per essere incoronato, Chiesa di Santa Maria Incoronata, Napoli (da Wikipedia)
Ladislao che si reca in chiesa per essere incoronato, Chiesa di Santa Maria Incoronata, Napoli (da Wikipedia)

I provvedimenti posti in essere il 1407 da re Ladislao sono eloquente spia delle difficoltà economiche che la città attraversa in quel periodo e che culmineranno, l’anno successivo nell’uccisione in Brindisi del regio capitano Percivalle Minutolo. L’omicidio si deve alle vessazioni da questo operate a danno dei cittadini. Anche in questo caso il re Ladislao mostrò comprensione per le ragioni dei brindisini. In un documento dell’archivio civico della città (oggi non in Brindisi) il sovrano “rescrive ai Brindisini sulle enormi ed indebite vessazioni fatte loro soffrire dal di loro Capitano Percivallo Minutolo, dalle quali sentendosi oppressa la plebe l’aveva ucciso con alcuni altri, che egli non approva un tale atto; ma promette di agire verso di loro con moderazione e clemenza, e gli ammonisce che abusando della sua indulgenza non commettano simili atti per l’avvenire. Comanda finalmente che ubbidiscano al Luogotenente del Vicegerente della Provincia finchè non sia spedito loro un nuovo Capitano”.

Brindisi. Chiesa di San Paolo eremita. Affresco con scene di epoca angioina
Brindisi. Chiesa di San Paolo eremita. Affresco con scene di epoca angioina

Ai primi del XV secolo cominciano a essere evidenti i segni del declino di Brindisi attraversata da una crisi economica che trova poi espressione in crescenti tensioni sociali. Il 1412 il re Ladislao ordina al “Capitano della Città di Brindisi, che si astenga dal recare ai Cittadini ingiuste vessazioni, e che abbia presso di sè un Tesoriere da esser destinato dalla stessa Università, il quale prenda nota di tutti i proventi e soldi dati allo stesso Capitano”. Nello stesso anno “il Governatore della Città di Brindisi dichiara, che Nunzio Scolmafoggia (Scolmafora) con altri Cittadini prese le armi non per eccitar tumulto, pel quale l’Università della stessa città era tenuta al pagamento di una pena alla Regia Curia ma pel comando ricevuto dallo stesso Governatore per domare la ribellione di Onofrio De Giorgio e di altri”.

Il 14 agosto 1412 il regio capitano Aloisio Pagano, salernitano, dichiara che una congiura era stata ordita da Onofrio De Giorgio, Gaspare De Giorgio, Cobello De Marco, Meulo De Goffrido, Jacobello De Goffrido allo scopo di uccidere lo stesso Pagano, il castellano del Castello Grande Cosmo De Tamaro, di Aversa, il mercante genovese Cathanio Spinola e parecchi altri, sia cristiani che ebrei. Sarebbero quindi seguiti il saccheggio del castello e delle case al grido: «viva viva re Ladislao et moyrano li tradituri». La notte fra il 12 e il 13, grazie al concorso di numerosi brindisini, Pagano aveva represso il moto, incarcerando i capi della congiura e uccidendo Onofrio De Giorgio. Paradossalmente tuttavia a finire sotto inchiesta era stato uno dei sostenitori di Pagano, ossia Nunzio Scolmafora. Il Governatore della Città di Brindisi dové perciò dichiarare dichiara, che Nunzio Scolmafora con altri Cittadini “presero le armi non per eccitar tumulto, pel quale l’Università della stessa città era tenuta al pagamento di una pena alla Regia Curia, ma pel comando ricevuto dallo stesso Governatore per domare la ribellione di Onofrio De Giorgio e di altri”. Questi eventi denotano la perdurante crisi economica della città; come ogni crisi aveva portato alla proletarizzazione di quelli che oggi definiremmo ceti medi e all’incremento di ricchezza di quanti erano già in agiatissima condizione.

L’anno successivo “il Re Ladislao conferma all’Università ed abitanti di Brindisi l’immunità del pagamento di tutte le collette Fiscali per tutto il corrente anno, sesta Indizione, pel quale ordina che si esigano da loro sole once cento”. Con altro provvedimento, sempre del 1413, “il Re Ladislao ordina al tesoriere Erariale Deputato nella Provincia di Terra d’ Otranto, che allorché nei tempi stabiliti dall’Università e cittadini di Brindisi sono state pagate le collette ed i dritti Fiscali dovuti alla Regia Curia, si astenga dalle scorrerie e depredazioni, e non arrechi ai cittadini molestia alcuna”. Ancora il 1413, “il Re Ladislao riduce ad once novantasette le annue once … dovute dall’Università e Cittadini di Brindisi ai Capitani, Giudici, e maestri d’atti della stessa città per le di loro paghe, ciò per l’estrema miseria dei cittadini, i quali molti danni avevano sofferti per serbare fedeltà al sovrano”.

Come si ricava da documenti del Civico Archivio, poi trasferiti al Grande Archivio di Napoli, la città di Brindisi molto ebbe a dolersi di “Giovanni Cassano Comandante il Castello di Brindisi” . Il 1429 “La Regina Giovanna II risponde ai Brindisini di aver ordinato al Giustiziere della Provincia, che prenda informazioni sulle accuse fatte contro del Castellano del Castello Grande”. Con altro provvedimento “ordina ai Brindisini, che non si immischino nei fatti del Castellano della loro città, come viceversa aveva anche imposta al detto Castellano”. L’anno seguente “prescive ai Brindisini che avevano domandato la remozione del Governatore del Castello di Brindisi, di aver dato questa Commissione al Conte di Bisceglie, suo Vice- Gerente nella Provincia”. Sempre il 1430 assicura i “Brindisini , che per la conservazione del Castello della loro Città aveva sostituito al vecchio un nuovo Castellano, che loro raccomanda”. Nel corso dello stesso anno comunica che “avendo rimosso a preghiera dei Brindisini il Governatore del Castello di Brindisi, annunzia di aver sostituito in luogo del medesimo Luca Bulcano di Napoli”. Chiude la vicenda un ulteriore sovrano provvedimento del 1431 per il quale stabilisce che “che i Castellani della detta Città non debbano intromettersi nei fatti dei Cittadini”.

Anton Boys or Anton Waiss (1530 - ?), <em>Giovanna II di Napoli</em> (Vienna, Kunsthistorisches Museum)
Anton Boys or Anton Waiss (1530 – ?), Giovanna II di Napoli (Vienna, Kunsthistorisches Museum)

Nella contesa fra Giovanni Antonio del Balzo Orsini (1401-1463), principe di Taranto e Giovanna II d’Angiò-Durazzo, regina di Napoli dal 1371 al 1435, rimase coinvolta Brindisi. Scrisse Carlo Cipolla: “Era l’anno 1434: ed il Principe di Taranto vedendosi venir sopra cinquemila cavalli della Regina, tre mila dei Candola [Jacopo Caldora (1369-1439)] e mille cinquecento di re Luigi, un esercito che coi fanti sommava a 14 mila armati, si ritirò a Taranto, dove si difese gagliardamente: i luoghi d’intorno venivano presi e disfatti, ma Lecce, Gallipoli, Brindisi, Canosa ed altre terre forti reggevano all’urto dei nemici. Il Papa, quantunque amico della Regina, deplorò questi ultimi avvenimenti, ed affidò al Vescovo di Treviso, suo ambasciatore presso di lei, l’incarico di cercare una via di pace. Ciò non ostante la guerra continuava, poiché il Candola [Jacopo Caldora (1369-1439)] sperava di ritrarne il suo particolare vantaggio, quantunque, a dir vero, la fortuna non gli fosse troppo favorevole; anzi Brindisi, ch’era caduta nelle sue mani, venne ripresa dal principe, il quale vi fece prigioniero il capitano Onorato Gaetani”.

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