Brindisi Virtual Tour
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Brindisi durante l’età Angioina
Note sparse a cura di Giacomo Carito
Lo sviluppo di Brindisi in età angioina è attestato anche dall’incremento nel numero delle annuali fiere. La fiera in onore di San Leucio è attestata dal 1264; durava otto giorni tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Successivamente il re Roberto d’Angiò concesse il permesso per altre due fiere brindisine di otto giorni, una sessanta giorni dopo Pasqua (in coincidenza con la ricorrenza del Corpus Domini) davanti alla cattedrale e l’altra sei mesi dopo nella festa di Sant’Antonio Abate. Le fiere coincidono con importanti ricorrenze religiose; la mancanza di un riferimento a san Teodoro conferma il tardo affermarsi del culto verso quello che poi diverrà il principale protettore della città.
Notevole fu l’importanza della zecca di Brindisi anche in età angioina; per quel che si sa “le più antiche monete d’argento del re Angioino (Carlo I) furono coniate nel 1266 a Messina, e a Brindisi, dove Carlo fece ricondurre la zecca, che il suo predecessore (Manfredi) aveva trasportata a Manfredonia. E che, in quanto alla distribuzione, il regno fu diviso in due regioni, di Sicilia e Calabria fino a Porta Roseto, delle altre provincie fino ai confini settentrionali; dipendenti, l’una dalla zecca di Messina, l’altra da quella di Brindisi. Divisione non nuova, della quale anche sotto diversi riguardi si ha memoria al tempo dei Normanni e degli Svevi. E così pure sappiamo, che, dopo un breve periodo di elaborazione nell’officina succursale di Barletta, le monete d’oro di Carlo furono coniate nelle due zecche nominate” di Brindisi e Messina “E similmente, che anche a Messina e a Brindisi, il re fece battere i denari di billon”.
Memorie di un tempo in cui Brindisi aveva rilevanza.
l 20 dicembre 1282, durante la guerra del Vespro (1282-1392), il re *Carlo I d’Angi*ò (1226-1285), “ordina al Giustiziero di Terra di Otranto di fare arrestare quelli aragonesi e siciliani che sono ritrovati presso Brindisi e nelle sue vicinanze per far danni a’ vascelli regii, e che proceda cautamente e con segretezza per poterli sorprendere, e presi li mandi nelle carceri di uno de’ castelli di quel giustizierato sotto severa custodia. E che faccia custodire il porto di Brindisi, la catena e la Torre di Mare da 30 servienti, e se lo creda necessario anche da maggior numero, fino a che non giunga in quelle parti il viceammiraglio del Regno Giacomo de Burson, speditovi all’uopo. Indi scrive al Giustiziero di Terra di Otranto di subito pagare mille once d’oro a Giacomo de Burson viceammiraglio del Regno, per fare riparare armare e munire tutte le navi regie [nell’arsenale di Brindisi], le quali sollecitamente debbono trovarsi pronte pel suo passaggio contro la Sicilia”. Queste e altre regie disposizioni evidenziano l’importanza logistica del porto di Brindisi, principale base navale angioina in Adriatico, durante tutta la lunga guerra del Vespro.
Che il castello grande o di terra di Brindisi sia stato utilizzato quale carcere è confermato da una disposizione del re Carlo I d’Angiò che, impegnato nell’assedio di Messina durante la guerra del Vespro, scrive a Giovanni di Taxis, responsabile del castello di Valona “intorno allo scambio che voleva fare di Milone de Dornay prigioniero presso il Paleologo con Giorgio Sarchiopoli, prigione Greco detenuto nel Castello di Brindisi”. Giovanni di Taxis è informato che sono state date disposizioni “a Ugo di Villanova, Castellano del nostro castello di Brindisi, nostro fedele … con l’ordine che Giorgio di Sarchiopoli, un greco, che è tenuto prigioniero nel nostro castello di Brindisi, sia assegnato in catene a Filippo di Herville … giustiziere di Terra d’Otranto … per essere inviato a voi (Giovanni di Taxis) … via mare sotto fedele custodia”. Il suddetto giustiziere di Terra d’Otranto una volta preso in custodia Giorgio Sarchiopoli lo invierà a Valona “sotto fedele custodia. Pertanto, vi ordiniamo … di ricevere il suddetto Giorgio di Sarchiopoli dal messaggero del suddetto giustiziere di Terra d’Otranto, prigioniero nel castello di Valona, e, avendo ricevuto in cambio Milone di Dornay, … familiare e fedele a noi, che il nostro nemico Paleologo lo Scismatico tiene prigioniero, di liberare Giorgio dalla prigione e di permettergli di andarsene liberamente”.
Dopo un soggiorno in Provenza, il re Carlo I d’Angiò, tornato nel Regno, il 12 settembre 1284, da Brindisi convoca il Parlamento Generale del regno. Scrive il Del Giudice: “il Re volle imitare la liberalità del Principe suo figlio già prigioniero degli Aragonesi, intimando un altro Parlamento generale in Foggia pel dì 11 novembre 1284, che poi con nuovo rescritto prorogò al 1º dicembre di quell’anno. Il documento della riunione per il dì 11 novembre fu pubblicato prima dal Vivenzio, (delle antiche Provincie del Regno di Napoli pag. 241) e poi dal Minieri, (Diario Angioino dal 4 gennaio 1284 al 7 gennaio 1285) e porta la data del 12 settembre 1284, Brindisi … Credo intanto, che questo parlamento non fu mai radunato da Carlo nel 1º dicembre in Foggia, perché il Re per tutto quel mese dimorò in Brindisi, e solo il primo gennaio del 1285 si condusse in Foggia, come consta dalle date de’ suoi diplomi. Dopo pochi giorni, mori in questa Città”. Numerosissimi sono i soggiorni del re in Brindisi, sede di grandi cantieri navali e base logistica essenziale per i suoi disegni d’espansione nei Balcani.
Intensi furono i rapporti di Brindisi con le altre città adriatiche. Continue appaiono in particolare le relazioni con Ragusa (oggi Dubrovnik). I Ragusei nella prima epoca angioina si fermarono spesso nel porto di Brindisi e utilizzarono imbarcazioni brindisine. Come è stato scritto, “Nel 1284 un Raguseo diretto a Valona su una barca del nocchiero Infusus di Brindisi fu attaccato da una vacheta di un Genovese armata per la guerra di corsa, la quale imbarcava uomini di Spinaricia, soffrendo la perdita delle sue merci: sei buticellas di vino marchigiano, una sclavina, del denaro e altri beni”.
Durante la guerra del Vespro, squadre navali siciliane ben spesso incrociarono in Adriatico. Brindisi, principale base logistica angioina, fu spesso, per tale motivo, sotto attacco. Il 1286 “Giacomo [Giacomo I d’Aragona, re di Sicilia dal 1285 al 1296] allestì due armatette; l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo Sarriano cavalier siciliano, sulla quale montarono Palermitani e uomini di val di Mazzara; l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e abitatori delle coste orientali, e diella a Berengario Villaraut” . Questa flotta “uscita n’era il ventidue giugno alla volta del capo delle Colonne; donde scorse per Cotrone, Taranto, Gallipoli, predando i legni nimici, senza toccar gli altri che con Venezia mercatavano. Indi presentò battaglia a Brindisi; e aspettate tre dì le nimiche galee, che per niuna provocazione non uscian dalla catena del porto, navigò sopra Corfù a trovare un avanzo de’ preparamenti di Carlo (Re Carlo d’Angiò) alla guerra di Grecia. Quivi smontate le nostre ciurme, affrontaronsi con una banda di mercenari francesi; e rottala, posero a sacco la terra; e di lì inaspettati ripiombavano sulle costiere di Puglia, pria di ricorsi a Messina”.
Michele Amari (1806-1889) in La guerra del Vespro Siciliano rimarca il ruolo centrale svolto da Brindisi, dotata allora di grandi arsenali marittimi, nel lunghissimo conflitto che oppose gli Angiò agli Aragona per il possesso della Sicilia. Il 1287 a “Brindisi messero in punto, con tener segretissimo il perché, quaranta galee, cinquecento cavalli, cinquemila fanti, capitanati da Rinaldo d’Avella, cavalier napolitano tenuto assai prode. Seguian l’oste per la santa sede, legato il vescovo di Martorano, capitano Riccardo Morrone , col bando della croce e le bandiere della Chiesa ; non potendo Onorio queste dimostrazioni negare quand’altri apprestava le forze. E nello stesso tempo , quarantasei tra galee e teride e più grosso esercito, s’adunavano a Sorrento con tutti i primi feudatari del reame, per tentare altra impresa e tenere in dubbio il nimico. Salpò l’armata di Brindisi il quindici aprile; fe’ uno sbarco a Malta; e improvvisa gittossi in Agosta (Augusta) il primo di maggio, colto il tempo che il popolo traendo alla fiera di Lentini, lasciato avea võta la città , e mal guardavasi il castello. Perciò senza trar colpo sbarcarono”.
Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), primogenito di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, vicario generale del regno dal 1289 al 1293, re d’Ungheria (1292-1295), molto amò la moglie Clemenza d’Asburgo. Lo conferma un episodio avvenuto a Brindisi nel novembre del 1290: “Nel primo viaggio per la Basilicata e le Puglie avealo accompagnato, benché incinta, la giovane moglie, che, al cadere di novembre, trovavasi in Brindisi, esausta di forze. Donde Carlo Martello, volendo provvedere «alla salute dell’illustre principessa sua consorte carissima » ordinò da Brindisi, il penultimo dì di quel mese, ad un Ambrogio Bonello da Barletta di far presto costruire in questa città, con ogni studio e diligenza e col consiglio e l’aiuto del suo concittadino Palmerio de Marra, una lettiga simile a quella, in cui facevasi trasportare il nobile uomo Sparano da Bari, logoteta del regno e maestro razionale della gran regia curia. La voleva fatta a nuovo, di buon legname, munita di buone corregge, ricca d’ornamenti a varii colori, secondo il loro gusto, e rivestita di buono scarlatto, e di panno di lino tinto in indaco o in verde”.
Nel 1301, lungo le due sponde del canale, furono realizzate da Carlo II d’Angiò due torri. La torre maggiore era posta sul lato di ponente, ed era collegata da una catena di ferro con quella minore, come è ben visibile nelle antiche piante della città di Brindisi. Le due torri avevano degli ingranaggi che permettevano di tendere la catena e chiudere l’ingresso nel porto interno, la stessa veniva mollata in acqua quando una nave si apprestava ad accedere o ad uscire. (scheda)
I magistri jurati erano, in età angioina, magistrati municipali completamente indipendenti dagli ufficiali reali. Accadde però che i giudici provinciali volessero approfittare di fiere e mercati per riscuotere arbitrariamente tasse a loro vantaggio, con il pretesto di una sorveglianza, che in realtà non dovevano esercitare. Uno dei registri dell’anno 1325 ci fornisce un chiaro esempio di questo tipo di abuso. Nel mese di aprile si svolgeva a Brindisi un’importante fiera. A poco a poco i giudici fondiari di Terra d’Otranto presero l’abitudine di far presidiare il luogo dove si svolgeva dai loro sergenti e vicari. Questi, dopo aver allontanato i magistri jurati ai quali tale cura era dovuta di diritto, istituirono un dazio e iniziarono a riscuotere tasse sui commercianti stranieri. L’elevata tassazione ebbe l’effetto di ridurre l’afflusso di venditori e acquirenti tanto che la fiera decadde con grande danno dei brindisini. Il re Roberto d’Angiò, informato di questa situazione, decise infine di agire, vietando l’ingerenza degli ufficiali provinciali nella sorveglianza della fiera e dichiarò che questa dovesse restare affidata esclusivamente ai magistrati della città.
Giovanni d’Angiò (1294-1336), figlio cadetto del re Carlo II di Napoli, divenne principe d’Acaia o Morea in seguito, al matrimonio, celebrato il 1318 per essere poi annullato tre anni dopo, con Matilde di Hainault (1293-1331). Il 1325 Giovanni organizzò una spedizione, finanziata dal banchiere fiorentino Nicolò Acciauoli, per rendere effettiva la sua signoria. L’angioino radunò le sue truppe a Brindisi e da qui, riferisce Angelo di Costanzo (1507-1591), «passò in Grecia, per ricoverare quelle terre ch’ei pretendea per la successione della moglie, ch’era sua gran signoria, e condusse seco una bella compagnia di cavalieri, tra’ quali, per quello ch’io vidi in Brindisi in un libro dov’erano annotate molte cose antiche, erano nominati questi napolitani: Andrea e Riccardo Origlia, Andrea Maramaldo, Pippo Macedonio, Rinaldo Brancaccio, Lisco e Palamede Sassone, Bartolomeo Scannatrice … Tutti questi erano cavalieri e asproni d’oro e capi di squadra di venticinque uomini d’arme per squadra». Il libro citato dal Costanzo già si annotava perso sul finire del XVII secolo: “qual libro hoggi (1674) non si trova, potrebbe esser occorso, che se n’habbia voluto servire qualche persona per leggerlo, e che doppo per trascuraggine non l’abbia riportato al suo luogo”.
Il principato di Taranto, a partire dai primi del ’300, cercò d’assumere il controllo di Brindisi vitale per meglio gestire i propri interessi in Albania, nelle isole Ionie e nella Morea. Brindisi restò tuttavia città demaniale sino alla metà di quel secolo quando, di fatto, resasi ingovernabile per la guerra civile fare le potenti famiglie Ripa e Cavalerio (scheda), fu infine annessa al Principato. Gli atti di munificenza dei principi di Taranto verso l’arcivescovado metropolitano di Brindisi e Santa Maria del Casale vanno letti in questa ottica. Non mancarono in quel periodo brillanti uomini di mare brindisini; fra questi Giovanni di cui è menzione in un documento di Filippo principe di Taranto. Questi il 1326 scrive “al capitano di Corfù revocando l’ordine datogli di sequestrare le cose dei veneziani ivi residenti per compensarsi dei danni patiti nell’incendio d’una nave d’esso principe comandata da Giovanni da Brindisi, ed ingiungendogli di restituire le cose già confiscate”. Difficile contrastare la supremazia veneta in Adriatico!
Oggi come ieri quando un prodotto non trovava acquirenti, veniva trasportato in un altro mercato dove c’era la possibilità di disfarsene a condizioni più vantaggiose. Vediamo, ad esempio, che nel 1331 il re Roberto d’Angiò aveva a Brindisi una notevole scorta di zucchero, di cui non riuscì a disfarsi, a causa dell’estrema povertà che devastava in quell’anno la città e le zone circostanti. Per rimediare a questo inconveniente, il principe diede ordine di trasportare questo zucchero a Barletta, via terra o via mare, a spese dell’Erario, e lì di ottenere le migliori condizioni possibili. A questa vendita, come tutte le operazioni di questo genere effettuate per conto della Curia Regia, deve assistere il capitano della città, previamente autorizzato, e un notaio che redige un verbale. I fondi versati dagli acquirenti vengono poi trasmessi alla Regia Camera che li incassa, dopo averne fatta menzione nei propri registri. Nulla viene trascurato per eseguire gli ordini del monarca nel modo più sicuro, rapido ed economico.
Un ruolo importante ebbe Angelo da Brindisi, il 1338, nell’ambito dello sviluppo dell’università di Siena: “La questione che allora maggiormente occupava gli amministratori dello Studio, quasi tutto assorbito dalla facoltà di Giurisprudenza, era quella dei chierici benefiziati, i quali davano un forte contingente alla scolaresca, ma costretti come erano dall’obbligo della residenza a dimorare nel luogo del benefizio, non potevano frequentare le Università, da loro preferite, senza una dispensa formale e che soltanto per privilegio generale avrebbe potuto ottenersi. Già sino dall’ anno 1338, quando Maestro Angelo da Brindisi aveva portato buona novella da Roberto re di Sicilia, il Concistoro, cogliendo l’occasione, aveva informato l’ambasciatore della questione, consegnandoli lettere per il suo Signore, e facendo istanza affinché il re intervenisse presso il Pontefice in favore del Comune di Siena e gli ottenesse i desiderati privilegî di uno Studio generale”. Questo testo descrive un momento cruciale per la storia e lo sviluppo dell’Università (lo “Studio”) di Siena nel XIV secolo, evidenziando una dinamica tipica delle istituzioni universitarie medievali. La facoltà principale dell’epoca era Giurisprudenza. Una fetta importante della scolaresca potenziale era composta da chierici che godevano di un “benefizio” (una rendita legata a una carica ecclesiastica). Tuttavia, il diritto canonico imponeva loro l’obbligo di residenza nel luogo del beneficio. Senza una dispensa formale del Papa o un privilegio generale concesso allo Studio, questi studenti non potevano trasferirsi a Siena per frequentare le lezioni. Nel 1338, il Maestro Angelo da Brindisi funge da intermediario fondamentale. Viene citato per aver portato “buona novella” da parte di Roberto d’Angiò, re di Napoli (re di Sicilia citra Pharum). Il Concistoro di Siena sfrutta i canali diplomatici legati ad Angelo da Brindisi per inviare lettere al re di Napoli. L’obiettivo era spingere re Roberto — storicamente un forte alleato del Papato avignonese e protettore dei saperi — a intercedere direttamente presso il Papa. Il fine ultimo era ottenere la bolla pontificia per il riconoscimento di Siena come Studio Generale, un titolo legale formale che avrebbe concesso all’università privilegi automatici, inclusa la possibilità per i chierici di frequentare i corsi ovunque risiedessero i loro benefici, risolvendo così il problema del reclutamento degli studenti e garantendo la crescita dello Studio. Ovviamente Angelo da Brindisi non è ricordato nella sua città natale.
Grande fu l’attenzione dei sovrani angioini verso la città di Brindisi. Il 1341 il re Roberto conferma un diploma del re Carlo II “col quale fu disposto che i cittadini di Brindisi nelle occasioni di inquisizioni generali, o di cause civili o criminali, non sieno tratti fuori della loro città e che ai medesimi non sia addossato verun officio pubblico o privato fuori di Brindisi”. Il 1343 “la regina Giovanna I conferma l’ordine del re Roberto e degli altri principi, che i cittadini di Brindisi non sieno chiamati fuori della loro città per cause civili o criminali, e che fuori di Brindisi non sia loro imposto verun officio o servizio pubblico o privato”. Brindisi era città demaniale e il suo porto fondamentale per gli interessi angioini nei Balcani; da qui la benevolenza verso i suoi cittadini.
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