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Agrippina sbarca a Brindisi con le ceneri di Germanico

Nel 20 d.C. le ceneri del valoroso generale tornarono in patria portate dalla moglie Agrippina. La scena dell’arrivo a Brindisi ha ispirato alcuni importanti pittori anglosassoni del XVIII secolo

Il porto di Brindisi come finestra sull’Adriatico e sul Mediterraneo, un approdo di grande interesse fin dall’antichità, scalo di illustri personaggi storici e di eserciti alla conquista delle terre ad oriente.
Nel 20 d.C. su questo molo giunse Agrippina con le ceneri del marito, il valoroso generale Germanico morto ad Antiochia di Siria all’apice della sua popolarità. L’arrivo a Brindisi dei resti del grande condottiero ha ispirato alcuni pittori anglosassoni del settecento che hanno voluto ricostruire l’evento storico basandosi principalmente su gli Annales, l’opera storica scritta da Tacito tra il 114-120 d.C. Il dipinto più famoso è di Benjamin West (1738-1820) oggi conservato nello Yale University Art Gallery di New Haven (Stati Uniti).

Peter Paul Rubens (1577-1640). Dettaglio del ritratto di Agrippina e Germanico (1614). National Gallery of Art, Washington - da Wikipedia
Peter Paul Rubens (1577-1640). Dettaglio del ritratto di Agrippina e Germanico (1614). National Gallery of Art, Washington – da Wikipedia

Germanico era dotato di grande carisma e forte personalità, era molto amato dal popolo e dai suoi soldati e tenuto in grande considerazione da Augusto che pensava di nominarlo suo erede a capo dell’impero. Aveva conosciuto, frequentato e sposato Agrippina quando i due non erano ancora ventenni, una compagna fedele e coraggiosa che seguì il consorte durante tutto il corso della sua breve e folgorante carriera, condividendone i successi dal Reno all’Oriente. Da questa unione nacquero nove figli, tra loro Gaio Cesare, conosciuto come Caligola, e Giulia Agrippina, futura madre dell’imperatore Nerone.

Le importanti vittorie militari e la conseguente crescita di popolarità di Germanico suscitarono invidia, gelosia e paure in Tiberio, padre adottivo del generale e successore di Augusto, che decise di destinarlo ad una missione diplomatica in Siria dove ebbe numerosi e forti contrasti con il governatore Calpurnio Pisone, delegato in quella provincia soprattutto con il compito di sorvegliare il giovane principe. I dissidi e gli attriti tra i due peggiorarono col passare del tempo, sino a quando Germanico si ammalò improvvisamente e morì dopo lunghe sofferenze nei pressi di Antiochia, il 10 ottobre del 19 d.C. a soli trentatré anni.
Si sospettò sin da subito un possibile avvelenamento, fu accusato Pisone e quindi lo stesso Tiberio, di cui era nota l’avversione verso il figlio adottivo, di aver provocato la morte dell’amato generale. Fu persino catturata ed inviata a Roma la famigerata maga Martina, tristemente famosa per i suoi avvelenamenti e per essere molto amica della moglie di Pisone. Ma la megera non fece in tempo a giungere nella capitale, fu trovata morta proprio qui a Brindisi senza alcun segno di suicidio sul corpo ma con del veleno tra i capelli.

Il porto di Brindisi, per sua natura geometrica, non è solo un’insenatura dove le navi ammainano le vele; è un imbuto del destino. Per secoli l’Impero ha funzionato come una gigantesca clessidra: tutto ciò che l’Occidente rovesciava verso le province orientali: legioni, governatori, sogni di conquista, prima o poi doveva risalire attraverso quell’unico, angusto canale di pietra e fango adriatico. Nell’autunno dell’anno 20 d.C., la clessidra decise di trattenere tra i suoi granelli un segreto indicibile. Dalle banchine siriane di Antiochia era salpata una nave speciale, una prigione galleggiante che trasportava verso Roma un enigma vivente: una donna di nome Martina. Per la burocrazia imperiale, era solo una res, una prigioniera accusata di aver confezionato i veleni che avevano spento Germanico, il radioso erede al trono di Tiberio. Per la storia profonda del mondo, Martina era qualcosa di più: una tessitrice di ombre, una custode di quella sapienza levantina che sa come dialogare con la decomposizione e con il tempo.

La maga Martina. Immagine generata con IA Gemini a scopo illustrativo
La maga Martina. Immagine generata con IA Gemini a scopo illustrativo

Tacito, che tra gli storici di Roma è quello che meglio ha compreso come la verità sia spesso un corridoio buio, liquida l’epilogo di questo viaggio in poche righe simmetriche del terzo libro degli Annales. Ci dice che la nave toccò il porto di Brindisi e che lì, prima ancora di poter poggiare i piedi sulla via Appia, Martina andò incontro a una morte «improvvisa». Un lettore distratto vi leggerebbe un caso di giustizia sommaria o un suicidio fortuito. Un lettore attento avverte invece il brivido di un disegno circolare. I centurioni che perquisirono il cadavere della maga non trovarono pugnali né ferite. Sul corpo non c’erano le tracce volgari della violenza umana (nec ulla manifesti finis uestigia). Trovarono l’arma solo quando sciolsero la complessa architettura dei suoi capelli. Nascosta tra il nodo delle trecce, in quel labirinto di ciocche scure che aveva respirato l’aria d’Oriente, c’era una minuscola fiala di veleno. L’estremità della sua capigliatura conteneva la sua fine. Martina aveva camminato per mesi portando la propria morte a pochi centimetri dal cervello, come un pensiero segreto e costante. Resta l’enigma di quel soggiorno brindisino. Chi sciolse davvero i capelli di Martina? Fu la sua stessa mano, nell’ultimo disperato tentativo di sottrarsi alla tortura delle carceri mamertine, o fu la mano invisibile di un sicario inviato da Roma, un funzionario senza volto incaricato di sigillare per sempre la bocca della complice prima che i segreti della Siria contaminassero l’aula del Senato? La storia non risponde. Preferisce lasciarci l’immagine di Brindisi come una soglia assoluta: il luogo geometrico in cui i veleni dell’Asia si arrestano di fronte alla purezza del suolo italico, e dove una donna, che aveva appreso l’arte di uccidere i re, scelse di farsi labirinto di sé stessa, morendo in silenzio tra i moli, con il segreto dell’Impero racchiuso nel nodo dei suoi capelli.1

La salma di Germanico venne cremata e le ceneri portate dalla moglie Agrippina a Roma, transitando da Brindisi, dove furono deposte nel Mausoleo di Augusto.

Nicolas Poussin (15/6/1594 - 19/11/1665). <em>Morte di Germanico</em> (1627). Minneapolis Museum of Fine Arts - da Wikipedia
Nicolas Poussin (15/6/1594 – 19/11/1665). Morte di Germanico (1627). Minneapolis Museum of Fine Arts – da Wikipedia

L’arrivo a Brindisi avvenne all’inizio del 20 d.C. dove una grande folla di amici e di veterani di Germanico accolse nel porto lo sbarco di Agrippina accompagnata dai figli più piccoli. Il racconto di Tacito descrive la folla di afflitti che si assiepava nel porto, sulle mura e sui tetti delle case, che accolse con grandi dimostrazioni di cordoglio e di affetto le spoglie del valoroso condottiero. Il ritorno in patria dell’eroe fu onorato anche da tutti i magistrati della Puglia e della Campania, mentre due coorti di Pretoriani scortarono le ceneri del figlio adottivo dell’imperatore, portate a spalla da tribuni e centurioni, sino a Roma. Fu un funerale spettacolare che interessò non solo la città di Brindisi ma l’intera via Appia.
Un giallo storico dalle trame oscure ed intricate, mai risolto, che continua a suscitare curiosità. La storia e soprattutto il comportamento virtuoso di moglie, obbediente e sempre vicina al marito anche dopo la sua morte, ha ispirato Benjamin West, pittore di soggetti storici di re Giorgio III, che nel 1768 realizzò un dipinto ritenuto uno dei grandi capolavori dell’artista inglese: “Agrippina landing at Brundisium with the ashes of Germanicus”. L’olio su tela delle dimensioni di 163.8 × 240 cm fu commissionato dall’arcivescovo di York Robert Drummond, particolarmente stimolato dal racconto di Tacito.

Benjamin West (1738-1820), <em>Agrippina landing at Brundisium with the ashes of Germanicus</em> (1768). Yale University Art Gallery di New Haven (USA)
Benjamin West (1738-1820), Agrippina landing at Brundisium with the ashes of Germanicus (1768). Yale University Art Gallery di New Haven (USA)

La scena centrale mostra Agrippina con la testa coperta, leggermente chinata e lo sguardo basso, che tiene stretta l’urna con i resti del marito, ai lati i figli minori Caligola (che alla morte di Tiberio salì sul trono di Roma) e Agrippina minore, seguita dai servitori che si muovono lentamente lungo la banchina. Il gruppo vestito di bianco è fuori dall’ombra prodotta dal tempio raffigurato sulla sinistra, mentre sulla destra l’imbarcazione che li ha condotti in Italia. La composizione scenica è arricchita da soldati e da gente comune disposta ovunque – proprio come descritto da Tacito – tutti con aria triste e gli occhi piangenti. Sullo sfondo un lungo edificio porticato, dietro il quale si ergono diverse colline con delle basiliche.
L’intera rappresentazione scenica non ha nulla a che vedere con Brindisi. L’unico possibile riferimento attinente e puramente casuale potrebbe essere il maniero rappresentato in alto.
Secondo l’opinione di illustri studiosi ed esperti delle opere di West, l’artista non ha semplicemente “inventato” la scena dello sbarco, ma ha cercato di ricostruire il luogo utilizzando motivi presi in “prestito” da modelli esistenti, in particolare nel gruppo delle figure centrali, dove compare Agrippina, e nelle architetture che si notano sullo sfondo. Le prime richiamano un fregio del pannello decorato a rilievo dell’Ara Pacis Augustae a Roma, ossia la disposizione dei personaggi, il trattamento dei drappi, il modo in cui i personaggi si voltano l’uno verso l’altro e come uno dei figli di Agrippina si aggrappa alle vesti della madre.

Roma, Ara Pacis Augustae (Altare della Pace Augustea, 9 a.C.). Particolare del pannello, lato sud, della processione della famiglia di Augusto
Roma, Ara Pacis Augustae (Altare della Pace Augustea, 9 a.C.). Particolare del pannello, lato sud, della processione della famiglia di Augusto

L’edificio rappresentato sullo sfondo è riferito ad un’altra importante struttura di epoca romana, il Palazzo dell’imperatore Diocleziano a Spalato. Il pittore ha riprodotto quasi esattamente la parte centrale dell’imponente complesso architettonico ispirandosi alla ricostruzione di Robert Adam. La struttura porticata, che si affacciava direttamente sul porto di Spalato, fu realizzata quasi tre secoli dopo la morte di Germanico, ma è servito all’artista come modello per rappresentare l’antico scalo di Brindisi, posizionato sulla sponda opposta dello stesso mare.
Ulteriori piccoli dettagli del quadro di West racchiudono riferimenti di altre opere famose. Gli studiosi d’arte hanno sempre escluso un possibile plagio dell’artista in quanto l’utilizzo di questi riferimenti dall’arte classica era di uso comune in quel periodo artistico inglese. Il pittore infatti non ha mai cercato di coprire le tracce e nascondere questi riferimenti presi da altre opere, probabilmente si aspettava che i suoi committenti più colti li riconoscessero, proprio come si riconosce l’uso di una citazione appropriata in letteratura.
L’opera è oggi conservata presso le sale dello Yale University Art Gallery di New Haven (Connecticut, Stati Uniti),link.

Gavin Hamilton (1723·1798). Agrippina Landing at Brindisium with the Ashes of Germanicus (1765), Tate Gallery di Londra - da Wikipedia
Gavin Hamilton (1723·1798). Agrippina Landing at Brindisium with the Ashes of Germanicus (1765), Tate Gallery di Londra – da Wikipedia

West non è stato il primo artista a dipingere la scena dell’arrivo a Brindisi di Agrippina, nel 1765 al pittore scozzese Gavin Hamilton fu commissionata la rappresentazione della stessa scena, un olio su tela di 182.5 × 256 cm, esposto al Tate Gallery di Londra. Qui le figure sono più grandi e la composizione si restringe enfaticamente su Agrippina, opera considerata tipica del neoclassicismo di Hamilton.

Nel 1772 anche un altro artista scozzese, Alexander Runciman, ha realizzato lo stesso soggetto in un quadro molto colorato, ricco di personaggi ma privo di dettagli architettonici.
Ancor prima i pittori e incisori italiani Francesco Rosa e Cesare Fantetti hanno raffigurato la scena dell’arrivo. Il tema è stato affrontato ancora nella seconda metà dell’Ottocento dal giovane artista Cesare Caroselli, opera elogiata dal canonico Pasquale Camassa nel 1905.

Alexander Runciman (1736 - 1785), Agrippina Landing at Brundisium with the Ashes of Germanicus, 1781. Scottish National Gallery Of Modern Art di Edimburgo
Alexander Runciman (1736 – 1785), Agrippina Landing at Brundisium with the Ashes of Germanicus, 1781. Scottish National Gallery Of Modern Art di Edimburgo

Riferimenti bibliografici

  • Tacito, Annali, cura e trad. di A. Arici, UTET, Torino 1952, rist. 1983 («Classici Latini» diretta da I. Lana)
  • Alessandra Valentini, Agrippina Maggiore. Una matrona nella politica della domus Augusta in Antichistica Storia ed epigrafia, 2019
  • Stefan Albl, Germanico nella pittura del Sei e Settecento, intervento nel convegno Germanico Cesare… a un passo dall’impero, Amelia (TR) – 25 maggio 2019. Celebrazioni del Bimillenario di Germanico Cesare.
  • Giovanni Membola, L’arrivo a Brindisi di Agrippina con le ceneri di Germanico nell’iconografia neoclassica settecentesca, in Archivio Storico Brindisino MMXXI – IV volume, a cura di Giacomo Carito e Damiano Mevoli. Brindisi, ottobre 2024, pp. 105 – 134.

1 Nota offerta dal prof. Giacomo Carito