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Il passaggio di Agrippa di Nettesheim da Brindisi (1514) e le teorie sul fenomeno del tarantismo

Note sparse a cura di Giacomo Carito

La presenza di Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535), alchimista, astrologo, esoterista e filosofo a Brindisi è un frammento biografico tanto reale quanto affascinante. Siamo nella primavera del 1514. Agrippa ha ventotto anni, si trova nel pieno del suo settennato italiano (1511-1518) ed è una figura controversa: ha già steso la prima redazione del De occulta philosophia (intorno al 1510) e ha alle spalle le lezioni sulla Cabala e sul Pimandro di Ermete Trismegisto tenute a Pavia.

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (da Wikipedia)
Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (da Wikipedia)

Il suo arrivo a Brindisi avviene dopo una tappa a Roma. Ma cosa ci faceva il “principe dei maghi” nel porto salentino? I biografi e le lettere dell’epistolario di Agrippa accennano a motivazioni apparentemente pratiche e militari (legandone la figura ai movimenti e alle missioni per conto dell’imperatore Massimiliano I o del cardinale Bernardino López de Carvajal). Eppure, per un uomo con la sua struttura intellettuale, Brindisi non era solo una stazione di passaggio strategica o un avamposto militare. Se proviamo a contestualizzare quel soggiorno del 1514 oltre la mera cronologia biografica, emergono suggestioni fortissime. Brindisi in quegli anni è un terminale di correnti migratorie e culturali provenienti dal mondo bizantino post-caduta di Costantinopoli. Vi transitano testi, manoscritti greci, tradizioni ermetiche e neoplatoniche che fuggono dall’avanzata ottomana. Per chi cercava le fonti della “prisca theologia” (la sapienza originaria), i porti adriatici erano i luoghi in cui i testi sacri e profani d’Oriente toccavano terra. Un uomo che considerava la magia naturale come il compimento di tutte le scienze naturali trovava nei porti un campionario unico di spezie, sostanze alchemiche, tradizioni mediche orientali e marinare legate alla conoscenza dei venti, delle stelle e delle proprietà occulte della materia. Il fatto che Agrippa sia passato da Brindisi proprio mentre rielaborava i nuclei profondi del suo pensiero esoterico prima di rientrare stabilmente a Pavia nel 1515 dimostra che la città non era un fondale inerte, ma un crocevia innervato da tensioni intellettuali sotterranee. Il dato storico più autentico su questa sosta ci arriva direttamente dalle lettere che Agrippa scrisse in quel periodo. In una celebre lettera inviata da Brindisi al suo amico teologo Jean de Wiétz, emerge tutta la durezza del suo soggiorno pugliese. Agrippa descrive la sua situazione in termini tutt’altro che idilliaci: si sente isolato, lamenta la lontananza dai grandi centri culturali europei e vive una profonda crisi personale e intellettuale. La Puglia di inizio Cinquecento, pur affascinante, gli appare come una terra difficile, segnata dalle tensioni politiche e militari tra le guarnigioni spagnole e le residue influenze veneziane e francesi. ​L’unico vero “frutto” culturale indubitabile di quel passaggio nel Salento rimane la citazione nel De occulta philosophia (Libro II, capitolo 24). Al di là delle interpretazioni esoteriche posteriori, quel testo ci dice una cosa fondamentale sul metodo di Agrippa: anche nei momenti di maggiore isolamento (come durante la sosta brindisina), il suo approccio restava quello dell’osservatore empirico. ​Invece di liquidare le storie locali sul morso della taranta come superstizioni contadine, le registrò come un esempio concreto di come la musica potesse agire sullo spirito e sul corpo umano, inserendole di diritto nella storia della medicina e dell’antropologia europea. Descrive infatti come coloro che vengono morsi dal phalangium in Apulia cadano in uno stato di stupore e torpore, dal quale si ridestano e guariscono solo ballando a ritmo di musica. Questa testimonianza precoce rivela quanto Agrippa fosse attento osservatore delle tradizioni popolari e delle forze “occulte” della natura legate ai territori che visitava.

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim e a dx una pagina del volume De occulta philosophia (da Wikipedia)
Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim e a dx una pagina del volume De occulta philosophia (da Wikipedia)

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535), nel De occulta philosophia, II, 24, si soffermò sul tarantismo, osservato direttamente nel suo soggiorno brindisino del 1514. Così descrive il fenomeno: “Leggiamo anche che coloro che in Puglia sono morsi dal ragno (phalagio, il falangio) rimangono sbalorditi e giacciono privi di sensi finché non odono un determinato suono; al cui ascolto ciascuno salta a tempo di musica e guarisce, e in seguito, se anche dopo molto tempo sente un suono simile, viene improvvisamente colto dal desiderio di ballare. Si credeva inoltre (testimonianza di Gellio) che quando i dolori della sciatica sono più acuti, il dolore si attenui con le melodie del flauto. Lo stesso Gellio racconta, da Teofrasto, che il suono del flauto veniva impiegato per curare i morsi delle vipere; e Democrito stesso ammette che l’accordo dei flauti sia stato un rimedio per moltissimi mali dell’uomo”. Questo passo di Cornelio Agrippa di Nettesheim è di straordinario interesse storico e antropologico. Agrippa offre una delle prime descrizioni “moderne” di quello che la letteratura medica e antropologica catalogherà come tarantismo pugliese. Sebbene l’uso della musica a fini terapeutici provenga dall’antichità, il riferimento specifico alla Puglia (in Apulia) e al morso del phalangium (il ragno, poi identificato con la Lycosa tarantula) fotografa un fenomeno già cristallizzato nelle sue dinamiche fondamentali: Lo stato di catatonia iniziale (stupescere exanimesque iacere); la specificità terapeutica del suono: non una musica qualsiasi, ma un certum sonum, una melodia adatta a quel preciso individuo (quo quisque suo audito); La risposta coreutica speculare al ritmo (salta apte ad numerum); il fenomeno della ricorrenza o del “richiamo” (post longum tempus … subito concitatur): l’idea che la crisi possa riattivarsi a distanza di anni al solo riascoltare la melodia, un aspetto che Ernesto de Martino studierà magistralmente secoli dopo come “rimorso” del passato che ritorna. Il brano è un perfetto esempio di metodo compilativo umanistico. Agrippa valida la sua tesi sull’efficacia della magia naturale e della musica speculativa collegando il folklore pugliese contemporaneo all’autorità (auctoritas) dei classici. Per Agrippa, questo fenomeno non ha nulla di diabolico; rientra interamente nella magia naturale. Il suono ha il potere di muovere lo “spirito” dell’uomo (inteso in senso medico-rinascimentale come fluido sottile che media tra anima e corpo). La musica, possedendo una struttura numerica (apte ad numerum) che riflette l’armonia delle sfere celesti, è in grado di riarmonizzare lo spirito alterato dal veleno del ragno o della vipera, o dall’eccesso di umore malinconico.

Il fenomeno del tarantismo in Puglia nel XVI secolo (immagine generata con A.I. Gemini)
Il fenomeno del tarantismo in Puglia nel XVI secolo (immagine generata con A.I. Gemini)

Agrippa di Nettesheim si può dire abbia inserito il tarantismo nel dialogo culturale europeo. Ampia fu infatti la ricezione del suo testo. Non casualmente, nel De sensu rerum et magia (in particolare nel Libro II, capitolo XI), edito in Germania il 1620 ma con una prima stesura datata 1590-1592, Tommaso Campanella dedica pagine estremamente affascinanti al fenomeno del tarantismo e al morso della tarantola pugliese (Apula aranea). Per il filosofo calabrese, questo fenomeno non è affatto una superstizione inspiegabile o una semplice bizzarria medica, ma rappresenta una prova empirica fondamentale a sostegno della sua intera filosofia naturale: l’animazione universale (il panpsichismo), secondo cui ogni cosa nel cosmo è dotata di sensibilità e interagisce con le altre. Secondo la teoria campanelliana, il morso della tarantola inocula nel sangue della vittima lo spiritus (il soffio vitale corporeo) dell’animale stesso. Lo spiritus del ragno, generatosi sotto il calore estivo e intensissimo della Puglia, invade l’organismo dell’uomo e ne “colora” o modifica la sensibilità intrinseca. Il tarantolato comincia a comportarsi secondo la natura e le passioni del ragno che lo ha morso. Campanella nota come i malati cadano dapprima in uno stato di torpore e languore, per poi destarsi ed essere presi da una vera e propria frenesia motoria. Campanella analizza nel dettaglio i due elementi terapeutici e manifesti del tarantismo: la musica e l’attrazione cromatica. Il tarantolato non risponde a una musica qualsiasi. Ciascuno reagisce a uno strumento o a un ritmo specifico (la cetra, la chitarra, il plettro) che entra in consonanza (consenso) con la natura specifica di quello specifico ragno. La musica agisce muovendo e agitando lo spiritus infetto, spingendo l’uomo a una danza frenetica (tripudio). Il ballo ininterrotto non è un semplice sintomo del veleno, ma il meccanismo magico-naturale con cui lo spiritus umano si difende: attraverso il calore del movimento e la sudorazione intensa, l’organismo espelle il principio tossico e ristabilisce l’equilibrio originario. Campanella osserva che i tarantolati sono attratti e “inseguono avidamente” vesti o oggetti che abbiano lo stesso colore del ragno che li ha morsi (giallo croceo, verde, rosso, nero). Questo dimostra la persistenza dell’immagine e del senso dell’animale all’interno del soggetto colpito. Per Campanella, il tarantismo svela quella “latens Magia” (magia nascosta) della natura. Se il tarantolato si muove a tempo di musica, significa che lo spiritus della tarantola dentro di lui sente e risponde alle frequenze sonore. È la dimostrazione che il senso e il consenso governano non solo gli uomini, ma l’intera catena degli esseri viventi.